Restaurando 900

di Cesare Alemanni

È uscito mercoledì 23 marzo restaurato e in versione Blu Ray, 900. Proprio il film/maratona (durata: 298 minuti) con cui nel 1976 Bernardo Bertolucci tentò di raccontare cinquant’anni di storia novecentesca del nostro paese. Il latifondismo avanzato e l’industrializzazione tardiva e da lì la lotta di classe: assoluta protagonista della pellicola coi volti di Robert De Niro (Alfredo, il padrone) e Gerard Depardieu (Olmo, il contandino). E poi ancora: il socialismo, il fascismo, la sua crescente aberrazione e il regolamento di conti partigiano. Il tutto nel segno di un laicismo ancora là da venire (è mai giunto?). Dialettica e allegorica insieme, trattando di temi tanto enormi l’opera di Bertolucci non poteva che dividere. E infatti non ha mai cessato di farlo.

Anche oggi – 34 anni dopo la sua uscita e con questo “patrio” anniversario per le mani – gli si perdoni o meno la parzialità e l’eccesso di visceralità, 900 resta un’operazione complessa, tra le poche necessarie (almeno cinematograficamente parlando) per conoscere alcuni dei moti profondi che si agitano nel ventre dello Stivale.

Ecco cosa ne scriveva – in modo particolarmente azzeccato – Moravia in una lunghissima recensione apparsa su L’Espresso dell’epoca:

La storia, tra molti caratteri variabili, ne ha uno costante: è serena. Questa serenità per niente affatto giustificata dagli avvenimenti per lo più orribili che la storia ci racconta, deriva dal fatto che gli storici, si tratti di favoleggiatori candidi come Erodoto o di critici eruditi come Rostowzeff, convengono tutti di parlare di cose di cui non hanno avuto diretta e immediata esperienza. E infatti la credibilità dello storico non è di specie sentimentale come quella del romanziere ma intellettuale come quella del critico.
In Novecento la serenità che è propria della storia non c’è perché Bertolucci vorrebbe che la sua scorribanda in mezzo secolo di storia italiana apparisse come una esperienza non già contemplata da lontano ma vissuta e sofferta da vicino e per giunta vissuta e sofferta come storia. In maniera contraddittoria egli vuole che i personaggi pur mentre vivono la loro esistenza privata, sappiano di soffrire la storia in ogni loro anche minima azione. Per ottenere questo scopo Bertolucci ha interiorizzato il passato o meglio ha sostituito il passato con la vicenda della sua vita interiore. Questa sostituzione ha portato a risultati singolari, alcuni convincenti altri meno. Tra i primi, bisogna mettere il rapporto con la natura e quello con il popolo. Il rapporto con la natura si esprime come inesauribile nostalgia della campagna nativa nei bellissimi paesaggi, in molti particolari naturali, nei tanti volti di contadini che ci vengono additati in frequenti primi piani. Il rapporto con il popolo si esprime, invece, in maniera penosa e ossessiva, in un altrettanto inesauribile senso di colpa al quale dobbiamo, oltre a molte scene crudeli e imbarazzanti come quella dello spumante, la generale visione manichea che spartisce il film in due mondi: da una parte il popolo idealizzato in senso positivo, dall’altra la borghesia illuminata da una luce sinistra e disperata. Tutta la vicenda, insomma, è guardata dall’angolo visuale di un privilegio sociale pentito, insicuro, scosso. Più complicate si fanno le cose allorché Bertolucci sostituisce il passato con se stesso, dissociandosi nei due personaggi di Alfredo il padrone e Olmo il contadino. Il narcisismo inevitabile in una simile operazione ingenera un senso di freddezza emblematica, come di apologo didascalico. L’amore-odio di Alfredo e Olmo così simbolico, non si accorda con il contesto realistico nel quale è inserito. Forse soltanto l’omosessualità avrebbe potuto dare un carattere di realtà al rapporto tra i due uomini. Ma allora sarebbe saltato il messaggio del film.
Adesso bisognerebbe parlare della capacità narrativa e, diciamo così, “muscolare” di Bernardo Bertolucci che in questo film viene confermata al di là del necessario. Ci limitiamo a dire che Bertolucci ha cercato disperatamente di esprimere qualche cosa che gli stava a cuore. Di qui la sincerità di Novecento, altro tratto curioso in un film a sfondo storico. Novecento è affollato di attori straordinari. La vecchiaia borghese di Burt Lancaster, quella popolana di Sterling Hayden, la dignità dolente di Maria Monti, la naturalezza simpatica di Gérard Depardieu, il dubbio intellettuale di Robert De Niro, il volontarismo intrepido di Stefania Sandrelli, il filisteismo trafelato di Romolo Valli, la perversità provinciale di Laura Betti, l’erotismo recitato di Dominique Sanda, il sadismo subalterno di Donald Sutherland compongono, pur sullo sfondo collettivo, un mosaico di situazioni e di vicende individuali.

 

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