41.912432,12.525966 – Crewdson

di Francesco Pacifico

Julianne Moore seduta a tavola in tinello con un ragazzino in una foto della serie Beneath the Roses di Gregory Crewdson.

Julianne Moore con lo sguardo perso, vestita da casalinga, con un ragazzino, suo figlio, età da liceo, e due altri posti, vuoti, nel più triste tinello del mondo. Crewdson non fa foto naturali, le mette in scena, crea dei set all’altezza di quelli cinematografici, chiama perfino attori famosi (Philip Seymour Hoffman, Tilda Swinton, William H. Macy, Gwyneth Paltrow, ma imponendo che si presentino sul set da soli, senza entourage), per fotografare scene “normali” di “vita suburbana”.

Se si vuole scrivere liberamente di Crewdson, e perciò ripromettersi di non citare mai e poi mai il “regista visionario” cui la sua opera viene spesso accostata (–v–  —-h), si può adottare un altro approccio e dire: la cosa più bella dei tinelli e delle camere da letto costosamente riprodotte al dettaglio, “iperreali”, e tristi di Gregory Crewdson, è la loro falsità. Spendere tutto quel denaro e tempo per raccontare la cosa più semplice che possa raccontare un artista americano, cioè la vita della middle class, riesce, almeno ai miei occhi, a minare quel principio che ha dominato le abitudini narrative del mondo occidentale per decenni, per cui la vita della suburbia, della villetta a schiera, della famiglia nucleare, sarebbe la vera realtà, lo stampino di ogni racconto, l’unica lente da cui è normale, naturale, sensato guardare il mondo.

Come fratellini adottivi degli americani post piano Marshall, noi italiani abbiamo voluto credere all’idea che il racconto della cosiddetta Suburbia fosse davvero universale. (Il dibattito su Libertà di Jonathan Franzen si incentra su questo: c’è chi dice che il romanzo smercia come grande tragedia i problemini idiosincratici della borghesia istruita e comodosa americana, e ciò sarebbe etnocentrismo e il libro di Franzen non dimostrerebbe ma darebbe per scontato il modello suburbano come vero tema assoluto della nostra epoca.) Quel modello ci è stato venduto prima con il cinema che lo sosteneva (vedi i finali positivi obbligatori di film peraltro storti come Irma la dolce del peraltro sadico Wilder, in cui alla fine a tutti i costi ci si innamora e si risolve il problema e la puttana si redime), poi con le rom-com che alludono al sogno suburbano in controluce, a partire dalla fatica di trovare l’amore con cui trasferirsi nella villetta a schiera e vivere per sempre felici e contenti (perfino in chiave indie, vedi Greenberg di Noah Baumbach), come Eden da raggiungere per la Jennifer Aniston che è noi.

Ma noi italiani filoamericani abbiamo fatto una cosa ancora più da sudditi: abbiamo anche accettato molto educatamente di credere anche al mito contrario, ossia che la suburbia fosse corrotta e che il racconto della perdita dell’innocenza della Suburbia fosse universale, parlasse anche a noi: prima ancora di American Beauty, l’arrivo dei Simpson in Italia, negli anni Novanta, introduce l’odioso termine famiglia disfunzionale nel nostro lessico culturale, spingendoci a dimenticare che il nostro vero tema è sempre stato la doppia morale e il familismo amorale, vedi Decameron e Divina Commedia e pure la bibbia, dove i Re con cui fa i patti Dio sono adùlteri e se la cavano comunque, a differenza del povero odiato Kevin Spacey in American Beauty – e il figlio di Dio, Gesù, non si sposa e non mette su casa (almeno nella versione ufficiale).

Il gioco di Crewdson mi aiuta a far scoppiare la bolla speculativa mostrando il processo di costruzione dell’epica suburbana. Sono un po’ influenzato dal suo splendido volume Beneath the Roses, in cui vediamo anche il backstage, la finzione stomachevole del set, le luci forti, gli oggetti di scena ancora inscatolati, i modelli infreddoliti e depressi in una pausa della sessione.

Fatto sta, secondo me Crewdson è un narratore ironico e meta. Chiama a interpretare la sua versione di suburbia proprio gli attori che in maniera più sottile l’hanno propalata. Philip Seymour Hoffman, con La famiglia Savage, Happiness, Magnolia ha partecipato ad alcuni fra i ritratti più deprimenti della vita americana e della famiglia disfunzionale. Stesso discorso per Will Macy, sempre in Happiness e Magnolia con la banda talentuosa della depressione senza via d’uscita di PT Anderson e Todd Solondz. La Moore, poi, ha percorso ogni grado della paranoia da Suburbia, dalla casalinga disperata di Lontano dal Paradiso, a quella alternativa e strampalata nella coppia omosessuale con figli di I ragazzi stanno bene. Vedere in fotografia la Moore, scazzata a tavola col figlio, in quel clima di terrore che mi sono sorbito in centinaia di film americani mainstream o indipendenti, mi fa pensare che la sua faccia può essere un modo per dire: raccontiamo sempre la stessa storia?

Non riesco a vedere Crewdson come un autore pesante. Sembra uno che sta dicendo, come Nanni Moretti che urlava “Te lo meriti Alberto Sordi!”, “Te lo meriti Philip Seymour Hoffman!”

Quanto a Julianne Moore, lei fa la faccia triste, ma si è già liberata da tempo, perlomeno da fine anni Novanta, facendo la vagina artist per i Coen nel Grande Lebowski, quindi sta bluffando.

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One Response to 41.912432,12.525966 – Crewdson

  1. Elena says:

    A me ricorda Erwin Olaf con i colori di LaChapelle

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