Di tsunami, Giappone, attivismo e magliette.

di Davide Coppo

C’è scritto attivismo, nel titolo, ma non si parlerà di attivismo in questo post. Un po’ perché è un argomento che sfiorerò solamente, un po’ perché proprio qui su Studio, qualche tempo fa, ne ha fatto un interessante articolo l’amico e collaboratore Nicola Bozzi, che parlava del sito Jumo, di slacktivism (o attivismo da poltrona), e di social network in generale.

C’è anche scritto tsunami e Giappone, nel titolo, perché l’attivismo da poltrona (o divano, o scrivania, o coffee table) di cui si parlerà riguarda il terremoto e la conseguente onda anomala che ha investito il paese. La tendenza in questione non è quella di fare clic su “mi piace”, firmare petizioni online di dubbia utilità, supportare cause su Facebook, diffondere slogan virali come status o tweet. La tendenza in questione è quella di creare e acquistare magliette, poster, oggetti di design vari, con loghi, messaggi, e simili dedicati al Giappone. Qui entrano in gioco le magliette del titolo.

La beneficenza post catastrofe, insomma, però legata a marketing e oggetti cool. In questo post non esprimerò giudizi morali, ma semplicemente illustrerò brevemente la questione, poi un’idea siete liberi di farvela voi. Io non me la sono ancora fatta e forse non me la farò mai, un po’ perché non vedo un “male assoluto” nel vendere prodotti con dei loghi inerenti all’accaduto parte del cui costo verrà donato alla Croce Rossa Americana o associazioni collegate e/o simili. Un po’ perché la parola “sciacallaggio” mi fa venire il prurito. Un po’, d’altro canto, perché comunque è un’operazione di cui faremmo tutti a meno, e che non servirà a NIENTE ai giapponesi terremotati o nuclearizzati.

Le polemiche sullo sciacallaggio erano iniziate con un tweet di Microsoft di due settimane fa, nel weekend immediatamente successivo l’undici marzo. Il tweet in questione diceva:

How you can #SupportJapan – http://binged.it/fEh7iT. For every retweet, @bing will give $1 to Japan quake victims, up to $100K

Questo ha causato una marea (perdonate il riferimento involontario) di critiche del tipo “come vi permettete di utilizzare una tragedia per promuovere Bing VERGOGNA”, e Microsoft è stata costretta a twittare un messaggio di scuse e di chiarimenti sulla sincerità del suo intervento. In tutto ciò, 100mila dollari sono stati donati al Giappone.

Ne parla in un bell’articolo Slate, il cui il punto veramente interessante che viene messo in rilievo è questo:

It’s been spread largely by cooldesignblogs, which are suddenly awash in Japan-awareness products, it’s appealed to an audience that’s generally more engaged with Desirable New Stuff than with Serious World Events. The publicity means more than the products: Nobody who is persuaded to care has to buy a souvenir of whatever actions they take as a result.

Inoltre, il punto è anche un altro, di tipo prettamente economico: spesso il denaro, anche se sembra strano, può essere troppo. I fondatori di iniziative tipo “orribili quadernini che costano 15 dollari devoluti ad associazioni di volontariato” o “magliette da mercato con stampe tamarre” sanno come verranno utilizzati questi soldi? Sanno se ce n’è davvero bisogno? Sanno se la Croce Rossa Americana o canadese o il gruppo di supporto X investirà davvero tutti i loro soldi? La domanda è retorica. E il compratore lo sa meno degli altri. Però si mette a posto la coscienza e oltretutto ha una maglietta in più. Se avrà il coraggio di andarci in giro, è un altro paio di maniche.

La spettacolarizzazione televisiva dell’evento, i servizi stile Repubblica.it “le voci dall’orrore”, la copertura mediatica voyeuristica della catastrofe fanno sentire milioni di persone in dovere di aiutare qualcun altro. E si rischia il “CNN effect”: in pratica ci sono paesi o luoghi che ricevono troppo denaro che non sanno come spendere e paesi che non ne ricevono abbastanza. E non è la solita cantilena “anche in Africa ci sono tante guerre”, sia chiaro.

La domanda, alla fin fine, è una, ed è quella che si pone Slate come mi pongo io: vi dispiace per quanto successo, certo. Dispiace a tutti. Ma devi davvero metterti una maglietta per dimostrarlo?

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