Su Libertà di Jonathan Franzen: un’opinione parziale/1

di Cesare Alemanni

Prima parte di quattro della recensione “in divenire” di Freedom, l’ultimo romanzo di Jonathan Franzen appena uscito in Italia per Einaudi.

Quando si accingono alla lettura di un “evento letterario dell’anno”, le persone facilmente suggestionabili lo fanno con due tipi opposti di atteggiamento: c’è chi accusa il fardello e chi invece se ne vuole liberare a tutti i costi. Il riverente e lo sfrontato. Il primo è in soggezione di fronte all’onere di leggere un possibile classico contemporaneo e quindi se lo fa piacere per forza ossessionato dal tonante giudizio della Storia sul suo gusto, mentre il secondo – spesso di estrazione e letture più coltivate – si comporta all’incirca come l’ascoltatore di musica “per pochi”, diffidente del mainstream, e dunque ricerca in ogni rigo la frase che suona male o lo spessore che manca.

Mi piace pensare di non dare eccessivo peso – o meglio gravosità – alla letteratura per rientrare nella suddetta casistica de “le persone suggestionabili” e poter dire che quando ho iniziato a leggere Libertà di Franzen – che è l’evento letterario di questi mesi – non l’ho fatto perché si trattava dell’evento letterario etc… ma poiché parte del precedente lavoro di Franzen mi era piaciuta – tra l’abbastanza e il moltissimo. Le Correzioni mi avevano intrattenuto, fatto ridere, fatto riflettere (anche annoiato e irritato a volte, a dire il vero), il più discusso Forte Movimento non era tutto sommato niente male e persino la raccolta di saggi Zona Disagio mi era sembrata piena di pagine felicissime. Pur senza partecipare dell’eccitazione per l’evento, mi ero posto alla lettura con un pregiudizio più che benevolo nei confronti dell’autore. Anche perché la letteratura americana resta la mia letteratura preferita – anche quando si fa “pippoide” e nevrotica e si confronta con i grandi temi, le grandi ombre, le grandi contraddizioni, le grandi insoddisfazioni, le grandi infelicità, i grandi scandali, i grandi mutamenti culturali, le grandi sconfitte, i grandi drammi individuali, le grandi, grandi, grandissime, enormi, gigantesche cose con cui di solito si confronta la stereotipata middle-class midwest di Franzen.

Però c’è un limite a tutto. E Libertà lo passa quando dopo circa 150 pagine (ovvero esattamente il primo quarto) ti rendi conto che non ti stavi sbagliando, che l’impressione che ti stava montando dentro non era eccessiva e che tutto quel citare i Blondie e gli Yo La Tengo non era per caso. Che davvero uno dei personaggi protagonisti della prima parte è una macchietta del “giovane ribelle” divenuto “adulto amareggiato” di grana tanto spessa da ricordare in maniera grottesca – e solo un pelo più intelligente e credibile – il personaggio di Giorgio Pasotti in Baciami ancora di Gabriele Muccino. Sì, quello lì.

(continua…)

This entry was posted in Libri. Bookmark the permalink.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s