Generali, RCS e (possibili) futuri inquilini di Palazzo Chigi

di Cesare Alemanni

Mentre il Rubygate, con il suo strascico di imbecillità bipartisan, continua a imperversare nella cronaca politica nostrana,  in altri ambiti della vita del paese accadono fatti rilevanti.

Tra questi, la vicenda che riguarda i vertici di Generali dove ogni giorno si assiste alla destituzione a marce forzate del direttore Geronzi, picconato da ogni dove. L’affondo più significativo l’ha portato Diego Della Valle (membro del cda di Generali) con un’intervista piena di spigoli apparsa su L’Espresso del 25 febbraio scorso. Un esplicito richiamo – espresso con parole e riferimenti comprensibili anche al più profano dei lettori – alla sollevazione dell’imprenditoria che conta contro le lobby ancien régime che tuttora amministrano la ricchezza del paese. Tra cui – ça va sans dire – Geronzi. Lobby, secondo Della Valle, già destituite dalla storia che restano sulle poltrone per puro attaccamento alla carica – anche quando le decisioni si prendono altrove:

Oggi c’è il passo e il ritmo di una società cambiata. Ha prevalso l’economia, il mercato, la globalizzazione. Secondo lei quanto può interessare a uno di Hong Kong quel che succede in qualche strada della finanza milanese? (…) è il momento di decidere chi sta con la modernizzazione e chi no, è ancora per la conservazione del vecchio (…) Il pentolone (del potere italiano NdR) è una pentolina dove non c’è granché da scoperchiare perché, mitologia a parte, è rimasto ben poco di un certo sistema.

Al coming out di Della Valle è seguito quello di un altro pezzo da 90 dell’imprenditoria italiana, Leonardo Del Vecchio.  Qualche giorno fa il patron di Luxottica consegnava il suo pensiero ai giornali – commentando le proprie dimissioni spontanee dal cda di Generali – con queste parole: “Geronzi è senza potere, non ha nessun potere”.

Pochi giorni dopo, Geronzi riceveva la notizia che i PM del processo legato al crack Cirio hanno chiesto 8 anni per lui e 15 per Cragnotti. Eppure, nonostante la tempesta di contrarietà che lo ha investito, a fine aprile quando a Trieste si riunirà l’assemblea degli azionisti dell’assicurativa, Geronzi potrebbe riuscire a rimanere in sella a Generali, più che altro per una serie di giochi di potere che potrebbero in fin dei conti rivelarsi come il versante più interessante dell’intera vicenda.

Tutto sta nell’osservare le date. Esattamente un giorno prima dell’uscita dell’intervista di Della Valle sull’Espresso, il cda di Generali definiva un principio – ispirato apertamente al signor Tod’s –  per cui “nessuna partecipazione è da considerarsi strategica”. Nemmeno, quindi, quella del 4% in RCS. Un’altra sconfitta per Geronzi che il 15 febbraio in un’intervista al Financial Times, rilanciava il piano di investimenti e partecipazioni di Generali per i prossimi anni. Parole e pensieri da uomo saldamente in sella. Un’intervista che letta oggi suona grottesca per quanto è stata finora smentita dai fatti. Ed eppure proprio la debacle della “linea Geronzi” sul versante partecipazioni  potrebbe divenire l’ancora di salvezza del “fu” padre-padrone di Generali.

Infatti una RCS libera dalla partecipazione di Generali è una RCS più vicina a cadere in nuove mani. Quali? Quelle di Della Valle, ovviamente. Come scriveva ieri Stefano Feltri su il Fatto Quotidiano:

Della Valle, più che ai destini delle Generali, sembra interessato a imporsi, assieme agli altri sessantenni come Luca di Montezemolo che si giocano la loro ultima chance di arrivare al vertice. E quindi Della Valle potrebbe anche non infierire su Geronzi in caso di condanna se, in cambio, ottenesse qualcosa sul fronte dove l’affermazione sociale si misura in modo più evidente, cioè la Rcs e il Corriere della Sera.

E va da sé che, qualora scendesse in politica, un Montezemolo che può contare su un amico editore del primo quotidiano d’Italia… beh, è un Montezemolo più vicino a Palazzo Chigi.

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