Bill Labov – il grande linguista che ha sdoganato l’inglese dei ghetti neri (e il rap)

di Anna Momigliano

Forse è un po’ meno conosciuto, se paragonato al collega Noam Chomsky. Eppure William “Bill” Labov è considerato pure lui il grande vecchio della linguistica: rivoluzionò completamente il campo inventando il concetto di socio-linguistica, ossia lo studio della lingua in rapporto alla società. Che poi oggi è una delle materie che va per la maggiore nei dipartimenti di linguistica degli atenei americani.
Classe 1927, Labov è nato nel New Jersey da una famiglia di immigrati ebrei, in un primo momento ha studiato chimica, laureandosi ad Harvard (1948) e per più di dieci anni lavorò nel settore. Poi all’inizio degli anni Sessanta, mentre in America cominciavano ad avvertirsi i primi sentori di una rivoluzione culturale, arrivò l’amore per la linguistica.
Labov allora si iscrisse alla Columbia di New York, dove lo prese sotto la sua ala niente meno che Uriel Weinreich, forse uno dei più grandi studiosi dello Yiddish: i due in realtà erano più o meno coetanei, ma Weinreich, nato in Lituania nel 1926, era già un linguista di fama internazionale. Il suo dizionario Yiddish-English è a tutt’oggi considerato uno dei migliori. Il suo lavoro fu profondamente influenzato da quello del padre, Max Weinreich (1894-1969), altro importante studioso dello Yiddish, nonché autore di una celebre storia della lingua. Weinreich padre fu tra i primissimi a nobilitare lo Yiddish allo status di lingua. A chi sosteneva che invece era un dialetto, lo studioso rispondeva che la distinzione era solo una questione politica: “Una lingua è un dialetto con un esercito e una flotta navale” diceva Weinreich, coniando uno degli aforismi più celebri della storia della linguistica. E ponendo tra l’altro, in qualche modo, le basi della sociolinguistica, un campo che tiene in considerazione le dinamiche di potere e le variabili come genere, l’appartenenza a un gruppo o sotto-gruppo etnico, il livello di educazione, classe sociale e status economico.
E proprio facendo sua la lezione dei due Weinreich, partendo dalla convinzione che ogni dialetto è una lingua senza esercito e che quindi vale la pena di essere analizzata come tale, all’inizio degli anni Settanta William Labov si avventurò dove ben pochi studiosi si erano arrischiati prima di lui, nei ghetti di New York popolati di afro-americani, e cominciò a studiare l’ “inglese vernacolare afro-americano”, o African American Vernacular English (oggi qualcuno preferisce chiamarlo “Ebonics”). Senza pregiudizi e con rigore scientifico, si immerse in quel linguaggio dal suono così particolare (l’accento sembra quello del Sud, anche se lo si parla in città come New York o Filadelfia) e apparentemente sgrammaticato (per esempio “he don’t know”, anziché “he doesn’t know”). Prima di lui, il vernacolare afro-americano era stigmatizzato come una variante inferiore e ignorante, fatta di errori grammaticali.

E invece Bill Labov dimostrò che la lingua dei ghetti neri segue delle regole grammaticali ben precise (anche se diverse da quelle dell’inglese standard) e che deve essere rispettata come una degna variante dell’inglese. Proprio come i suoi due maestri avevano dimostrato che la lingua dei ghetti ebraici non è un dialetto. Certo sotto alcuni aspetti si è trattato due imprese diverse: nobilitare l’inglese vernacolare afro-americano è stato più difficile, perché non c’era un autore del calibro di Sholem Aleichem ad averlo elevato a strumento di letteratura. Ma alcuni dei pregiudizi erano, e in parte restano gli stessi: “è un dialetto”, “non ha una grammatica”…

Ancora oggi William Labov continua a studiare l’inglese dei ghetti afro-americani. E sebbene abbia superato l’ottantina, dimostra un’apertura a nuove forme di espressione assai rara negli ambienti accademici. Ha studiato le gare di strada tra rapper, dimostrando che i “rap contest” richiedono una sagacia e una padronanza linguistica notevoli. Altri seguendo le tracce di Labov hanno analizzato quelli che gli studiosi definiscono “insulti ritualizzati”, e che comunemente si chiamano yo mama jokes, o “le barzellette su tua madre”.  Battaglie a colpi di battute come “la tua mamma è così grassa che per mandarle la posta c’è bisogno di due codici di avviamento” oppure “che la gente ci gira attorno per fare jogging”, che costituiscono un vero pilastro della cultura di strada (ormai non solo) afro-americana. Da noi il genere è stato importato qualche anno fa, in salsa italiana e adeguatamente ripulito, dal comico Gabriele Cirilli, quello de “la mia amica Tatiana”, i monologhi ambientati in una borgata romana. Perché in fondo, che si tratti di yo mama jokes o di Yiddish humour, ogni ghetto ha la sua lingua senza esercito e senza flotta navale.

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2 Responses to Bill Labov – il grande linguista che ha sdoganato l’inglese dei ghetti neri (e il rap)

  1. grazie, ho visto yo mama jokes migliori ma è pur sempre qualcosa

    Anna Momigliano

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