41.912432,12.525966 – Lilith

di Francesco Pacifico

Quarto appuntamento con 41.912432,12.525966, la rubrica di Francesco Pacifico per Studio.

Il ciuffo di crine nero su Lilith, opera in olio, cenere, rame e oggetti sparsi, di Anselm Kiefer, Tate Modern di Londra. (Temporaneamente esposta ad Anversa.)

Lilith è un’opera di 4x3m che all’inizio entrando nella sala sembra un pastrocchio sabbioso e invece è una città. Ma lo si capisce solo allontanandosi: è troppo grande. Allontanandosi capisco che è una città vista dall’alto, di sguincio, coperta di nuvole, una città che secondo alcuni acuti osservatori ha da qualche parte un cratere (che io non vedo) che presagirebbe – l’opera è di fine anni Ottanta – l’attentato alle torri gemelle, o in generale il destino viriliesco delle città come disastri in attesa di verificarsi. Il presagio è uno sbuffo di fumo nero che si leva sulla città. 

Ispirata da una visione di São Paulo, Lilith è l’essenza della metropoli. Mi fa venire in mente una visione di Manhattan da sudest, dalla cima di un albergo fin troppo sofisticato, lo Standard che ha un bar sul tetto da cui si vede un panorama di sguincio. Quella notte d’inverno in cui un amico dandy mi portò lassù a bere, i grattacieli erano mangiati dalle nuvole basse, la luce dell’Empire State Building accendeva la nuvola che ne inghiottiva la cima, e lo Standard, che è costruito a cavalcioni sulla high-line, permette di vedere la città di trequarti e dunque sentire la consistenza dei grattacieli molto più della tipica visione dritta, in cui i palazzi si riducono alla loro facciata, perdendo la propria consistenza.

Così quella notte rimasi atterrito dalla massa di materia e di persone che forma la città, strato per strato, specialmente osservando un certo palazzo che occupava un isolato intero e sembrava un transatlantico. Voluminoso, solido, pieno di gente e di stridore di costruzione. La massa degli umani, la paura.

Delle città fa paura la possibilità della bomba ma fa paura intrinsecamente ciò che la bomba fa crollare: la possibilità del crollo ci fa capire il suo peso, il suo volume: dovrebbe bastare il volume a spaventarci.

Kiefer ha chiamato la sua opera Lilith. Lilith è la prima donna di Adamo, è la creatura che lascia l’Eden prima della cacciata collettiva, di sua volontà. Scrivere Lilith sopra una metropoli sta a dire che Lilith è il demone della grande città: un’associazione di persone che si sono autocacciate dall’Eden. È il demone della metropoli, che avvince e atterrisce e ci attira sopra i bar, con i nostri amici dandy, a essere superficiali e contemporaneamente sconvolti dallo spettacolo dell’urbanistica.

“Lilith” significa l’enorme impresa di non essere l’Eden. (Jay-z, Empire State of Mind: Mdma got you feeling like a champion / City never sleeps, you better take Ambien.)

Lilith è un pasticcio di colori a olio, polvere, terra, bruciature, e ha anche alcuni elementi tridimensionali che visti da vicino è complicato assimilare alla visione della città, e visti da lontano spariscono. Ci sono papaveri che sembrano spermatozoi, incollati fuori scala, fuori prospettiva. Il titolo, poi, è scritto in esibizionista corsivo minuscolo sopra una macchia-nuvola di sabbia (o detriti di grattacieli crollati e ascesi al cielo).

E infine c’è il ciuffo di crine nero, che sta a raccontare il fumo dei disastri o degli attentati presagiti. Il ciuffo è una presa in giro, pare: se io avessi dipinto una città in modo tanto efficace, avrei evitato di incollarci una patacca di pelo a fare il fumo che si leva dal basso. Non posso nemmeno dire la pittoresca frase: “Ma senza quel crine nero il dipinto non sarebbe quello che è”, perché di fatto non lo penso.

La soluzione pare trovarsi nell’Apocalisse, ossia alla fine della Bibbia come la Genesi, in cui Lilith non compare, ne è l’inizio: “Quando l’Agnello aprì il sesto sigillo, vidi che vi fu un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue”.

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