Gheddafi e dintorni. Cinque frasi per capire cosa succede in Libia

di Anna Momigliano

Dopo Egitto, Tunisia e Bahrein (ma chissà perché di questo piccolo Stato del Golfo si è parlato meno), anche in Libia c’è un gran casino. Vuoi vedere che anche il colonnello Gheddafi, che regnava senza intoppi per ben 42 anni (chapeau!) va a fare la fine dei suoi colleghi, nonché vicini di casa, Mubarak e Ben Ali? Come al solito, gli analisti sono divisi. E a onor del vero la faccenda Libia merita una riflessione a sé: primo perché lì il sangue sta scorrendo veramente a fiumi, secondo perché l’Europa sta tremando al pensiero di una nuova ondata migratoria, e poi perché… Gheddafi è sempre Gheddafi. Dunque, nella migliore tradizione di Studio, ecco un breve sunto di “Libia in Pillole,” nella speranza di fare un po’ di chiarezza in questo grande caos nordafricano.

The unimaginable fall of Muammar al-Qaddafi suddenly seems very imaginable indeed
Blake Houndshell su Foreign Policy
L’inimmaginabile sta diventando “molto immaginabile,” se non probabile, sostiene la prestigiosa rivista/portale FP. Ovvero: dopo sette giorni di proteste, più di duecento morti e migliaia di feriti, viene il dubbio che anche il Colonnello Muammar Gheddafi possa fare la fine dei suoi vicini di casa Hosni Mubarak (Egitto) e Ben Ali (Tunisia) recentemente deposti dalle folle in rivolta. Le ragioni del malcontento sono sempre le stesse: fame, disoccupazione, rabbia nei confronti di un regime autoritario che nel caso della Libia se ne sta lì da oltre 40 anni, senza contare che il Colonnello è da anni sulla lista nera delle organizzazioni umanitarie. Per leggere un dossier di Human Rights Watch sulle condizioni delle donne in Libia, cliccate qui.

In military republics like Libya, where a dreaded army and secret police run every level of the state’s institutions, the despotic nut is harder to crack
Mohammed Aslam sul Jerusalem Post
Fino a questo punto si era parlato di Egitto e Tunisia. Ma in Libia le cose sono un po’ diverse, il regime è decisamente più “tosto,” nell’accezione peggiore del termine: “Nelle repubbliche militari come la Libia un esercito e una polizia segreta temutissimi controllano ogni livello delle istituzioni statali, la noce del dispotismo è più difficile da schiacciare”. Questo almeno sostiene Aslam. Io farei presenti che pure in Egitto l’esercito non è un luogo per signorine (tanto che i militari adesso sono al potere) e che nelle ultime ore in Libia c’è stato qualche sviluppo interessante proprio sul fronte delle forze armate. Infatti:

Anti-government protester Khaleel Suwelhi, in Tripoli: “All the security forces have surrendered or joined the protesters”
Servizio di Sky rilanciato (e riassunto) magno cum gaudio da SultanAlQassemi su Twitter
In queste situazioni, il comportamento delle Forze Armate spesso rappresenta bene il barometro della situazione. Per dirla papale papale, spesso i prodi soldati sono un po’ come delle bandierine al vento. Prima lealissimi al regime (ricordiamo che Mubarak, come Gheddafi, ha basato per decenni il suo potere sul controllo dell’esercito), non appena fiutano che la rivolta si può concludere con successo si schierano a favore dei manifestanti. Non si sa mai che poi alla fine l’esercito abbia tutto da guadagnarci: Egitto docet, dove ora ci sono la legge marziale e i colonnelli al potere.

Postcolonial Time Disorder
James D. Le Sueur su Foreign Affairs
Qui siamo alle disquisizioni dotte su una delle riviste più dotte (e pallose) di affari internazionali. Ma vale la pena di spendere due righe sulla riflessione di Le Sueur, esperto di Algeria, che in parole povere è questa: Hosni Mubarak, Ben Ali, Gheddafi e altri autocrati militareschi della regione sono tutti il prodotto di un periodo in cui “il mondo postcoloniale vedeva uno stato forte e repressivo come necessario per assicurare la libertà nazionale” (leggi: l’indipendenza dall’Occidente). Ora, la tesi di Le Sueur è proprio questa: la piazza araba non sente più il bisogno di un uomo forte per sentirsi libera dall’Occidente: “Un’era è finita”.

Sono preoccupato, ma non chiamo Gheddafi
Silvio Berlusconi, ripreso da tutte le agenzie di stampa
Lasciando stare facili ironie sui legami tra il presidente del Consiglio e il colonnello Libico e sul perché Silvio non abbia alzato il telefono per chiamare l’amico Muammar, Berlusconi (e non solo lui) ha tutte le ragioni quando dice: “Siamo preoccupati per quel che succede nel Nord Africa e per quello che potrebbe accadere a noi se arrivassero tanti clandestini”. Perché l’attuale governo della Libia è un partner fondamentale per trattenere, spesso con mezzi dubbi che hanno sollevato non poche proteste da parte delle Ong, il flusso di clandestini dall’Africa verso l’Europa.
Dunque qual è la differenza tra Mubarak e Gheddafi? Il primo era un dittatore arabo che faceva comodo agli Stati Uniti, il secondo è un dittatore arabo che fa comodo all’Europa.

Per un aggiornamento cliccate qui.

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2 Responses to Gheddafi e dintorni. Cinque frasi per capire cosa succede in Libia

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