Altre quattro frasi per capire che cosa sta succedendo in Egitto

di Anna Momigliano

La scorsa settimana vi avevamo proposto una breve selezione di “Egitto in pillole” per fare un po’ di luce sulla situazione del Cairo. Ora che dall’inizio della rivolta (25 gennaio) sono passate ormai due settimane, la situazione si fa ancora più complicata. E, soprattutto, siamo giunti a un punto critico in cui nessuno è in grado di capire se questo è l’inizio di una rivoluzione egiziana, o se oppure è la fine. Perché, ci tocca darne atto, il regime ha tenuto botta contro ogni aspettativa. Ma neanche i manifestanti anti-Mubarak sembrano darsi per vinti. Intanto i guru della politica internazionale sono tutti impegnati in un botta e risposta (la rivoluzione ce la fa, no, non ce la fa) che è ai limiti del demenziale. 

“Dear Egypt, please don’t destroy the Pyramids. We won’t rebuild, the Jews”
Refrain su Twitter
Delle preoccupazioni israeliane, e del mondo ebraico in generale, davanti alla prospettiva della caduta del regime Mubarak avevamo già scritto: l’Egitto è l’unico Paese arabo che ha fatto la pace con Israele, aiuta a contenere Hamas, eccetera, eccetera. Ma il punto di questo Twitter-joke è un altro: la sommossa egiziana ha preso nuove proporzioni, con il Museo del Cairo saccheggiato e via dicendo (saranno stati i manifestanti? gli sgherri di Mubarak? o solo gente che se ne approfittava? poco importa), e si comincia ad avere l’impressione che il Paese vada a rotoli, o peggio in fiamme. Piramidi comprese.

“He can’t believe it is over. He is a very stubborn man”
Afaf Naged, membro del Cda della Banca d’Egitto
Mubarak proprio non se ne vuole andare. E, quel che più conta, ha dimostrato di avere tutte le risorse per restare… almeno per un po’. A differenza di altri regimi arabi che sono caduti per molto meno. Oltre che attaccato alla poltrona, Mubarak si è dimostrato anche uno stratega abile: in principio ha dato l’ordine di non sparare (poi la polizia ha sparato lo stesso, ma questo è un dettaglio), ha saputo aspettare un numero congruo di giorni, mantenendosi in equilibrio precario tra promesse di cambiamento e dichiarazioni di fermezza. E quando l’Egitto è cominciato a sgusciare fuori dalle prime pagine dei quotidiani occidentali, ha tirato fuori i muscoli, quelli veri: non tanto la polizia o l’esercito, quanto i fedelissimi del suo partito con relative milizie. Che hanno dimostrato di potere trascinare il Paese, se vogliono, in qualcosa che se guerra civile non è, molto ci somiglia.

“People have been waiting 30 years, it is no problem if they stay here 30 days”
Sayed Hagaz, manager egiziano intervistato dalla Reuters
Mubarak, si diceva, ha dato prova di una capacità di resistenza inaspettata. Ma, a onor del vero, anche i manifestanti stanno facendo altrettanto. Dopotutto, se hanno aspettato 30 anni possono rimanere in piazza per 30 giorni, anche con i fedelissimi del regime che sparano e menano le mani. La domanda è fino a quando resisteranno. Ragazzi, qui la battaglia si vince per sfinimento.

“Egypt’s democratic window has probably already closed”
Joshua Stacher su Foreign Affairs
Stacher, che insegna scienze politiche alla Kent State e sta per pubblicare un libro che compara i regimi autoritari di Siria ed Egitto (insomma, è un addetto ai lavori), ha già pronta la sua sentenza, e la pronuncia su uno dei giornali più prestigiosi di politica estera: la finestra della democrazia si è chiusa, i manifestanti hanno dimostrato coraggio e tenacia, ma Mubarak ha la pelle dura e il suo regime sopravviverà.  A stretto giro di posta, arriva la risposta di un altro prestigioso giornale di politica estera, Foreign Policy, che bacchetta Statcher e giunge a una conclusione diametralmente opposta: “Per l’Egitto la finestra della democrazia si è appena aperta.” Ora, spero di non essere l’unica a sorridere davanti a questo punzecchiamento tra addetti ai lavori. Perché, forse ai vari pundit è sfuggito, ma il problema è proprio questo: sono due settimane che l’Egitto è in preda al caos, e non c’è modo di potere dire con certezza in che direzione stia andando.

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