41.912432,12.525966 – Kanye West

41.912432,12.525966 sono le coordinate esatte dell’abitazione di Francesco Pacifico. Un luogo situato in un punto preciso da cui, se fossimo su Google Earth, potremmo zoomare all’indietro fino a includere più vaste porzioni del pianeta. Qualcosa di molto simile lo si può fare anche con l’arte – che sia letteratura, cinema o musica. Partire da un momento o da un punto preciso – il passo di un libro, il minuto di una canzone, il frame di un film – per riconnettersi al tutto di un discorso culturale più ampio. Questo è quello che farà lo scrittore Francesco Pacifico ogni venerdì per Studio.  Ecco 41.912432,12.525966.

di Francesco Pacifico

Minuto 0,22 di “Barry Bonds” di Kanye West, dall’album Graduation

Come nella poesia medievale si era autorizzati a cantare allo sfinimento le lodi della donna amata e la bellezza dell’amore, e si trattava di un codice complesso che rendeva possibili slanci e profondità, nell’hip hop l’autoincensamento – ossia l’amore per se stessi come struggimento esistenziale e superamento del dolore di una vita nel ghetto (“ho reso più famoso il cappellino dei NY Yankees di quanto non possa un giocatore degli Yankees”, Jay-Z, Empire State of Mind) – è un codice complesso e profondo e legittimo (anzi obbligatorio: saresti sospetto se non avessi nulla di cui vantarti; vedi titolo del disco dei Club Dogo, Che bello essere noi). Quando ci si avvicina all’hip hop per la prima volta si rimane scioccati di fronte alla varietà di modi in cui un rapper se la può tirare per i propri successi, per l’impeccabile flow di rime e accenti, per il denaro e le donne che si porta a letto.

Gli autoincensamenti migliori sono quelli di chi ha dei complessi e dunque a modo suo soffre anche dopo aver sfondato. Kanye West, uno degli artisti hip hop più originali di sempre, ha il problema di essere un fighetto. Per un nero che ascolta musica di strada il fatto che Kanye sia un fighetto e non abbia pose da gangster è così imperdonabile che il povero artista miliardario di Chicago deve inserire nei suoi testi delle sparate contorte e sublimi come I’m doing pretty hood in my pink polo, cioè più o meno, “la mia polo rosa fa molto strada”.

Tutto ciò sembra abbastanza privo di importanza, ma provate a pensare quanto è complesso vantarsi in modo creativo: provate a mettere in rima il fatto che siete molto bravi a rispettare le scadenze e perciò avete fatto carriera in BNL, e che siete così distinti quando firmate lo scontrino della carta di credito al ristorante che non andate mai in bianco.

In ogni caso, tirarsela è il tema di “Barry Bonds”, in cui Kanye si paragona al campione afroamericano del baseball, campione della mazza ritiratosi qualche anno fa.

Al minuto 0,22 questa canzone fa sentire la mia risata preferita di tutto l’hiphop: Un ha ha hum con cui Kanye conclude un elenco di cose belle che si è conquistato: “Entro nel club con i vestiti nuovi, e una pazza a braccetto… HA HA HUM, ed ecco un’altra hit, Barry Bonds” (Comin’ in the club wit that fresh shit on, with something crazy on my arm… here’s another hit, Barry Bonds. Dove hit vale sia come canzone di successo che come battuta valida nel baseball.)

Quello ha ha hum è un incrocio fra una risata compiaciuta e un punto interrogativo e un’ohibò e uno svagato passo di danza in mocassini di Cab Calloway (fuori tempo), con la voce roca. Un meraviglioso singulto di autostima, reso possibile da una dimestichezza con le pieghe del beat e in generale con le pieghe del Tempo ai livelli di Neo che schiva i proiettili in Matrix.

Per me è tutto qui il mistero dell’hip hop: questo scambio per cui io da Kanye ricevo un senso nuovo di quanto è fresca la voce umana e in quanti modi strani può farmi sentire lo spazio e il tempo e sentimenti veri seppure irriferibili come la spocchia, e do a Kanye e ad altri artisti con carenze affettive un po’ della mia attenzione e a volte dei miei soldi.

E ora la droga: solo per dire che Barry Bonds rappresenta la fine della fiducia degli americani nel baseball. Fa parte di un gruppo di campioni sotto steroidi che hanno levato significato ai record. (“Se il vostro giocatore preferito ha fatto un record o vinto qualcosa di grande fra il 1993 e il 2008, c’è una buona possibilità che sia stato aiutato”. Bill Simmons, il mio guru di sport americani.) Con il tipo di classe obliqua che lo contraddistingue, Kanye battezza la sua canzone sul successo con un nome che vuol dire doping, ma nella canzone non parla di doping, non parla di regole: gli unici riferimenti al baseball sono nel doppio uso della parola hit e nella battuta dell’ospite del pezzo, Lil Wayne, che dice Suck my bat, bitch. Dove bat vuol dire mazza.

Nel suo intervento alla terza strofa, Lil Wayne – un uomo che si è fatto fare dei denti di diamante – parla però di un’altra droga, lo sciroppo per la tosse, ingrediente base del purple drink. E il mio drink è ancora più rosa di un coniglietto pasquale. Sempre in tema medico, in “Dr. Carter” Lil Wayne si finge dottore che cura il flow: “Your first patient / Is suffering from a lack of concept / Originality / His flow is weak / And he has no style”. (Il suo primo paziente soffre di carenza di idee, originalità, ha il flow debole e niente stile) Al dunque pare che ai rapper interessino solo i soldi e il flow. Il tema è chiarissimo, per esempio, nella biografia / autoesegesi di Jay-z, big brother di Kanye, pubblicata quest’anno: Decoded. C’è in loro il business man che ci tiene al vestito e a prendere le decisioni giuste, che ama lo scontro e il mercato, e c’è il poeta che ci tiene al suono delle sue parole: Trump e Mallarmé nella stessa persona.

Proviamo a vedere questi rapper come dei poeti che hanno fatto i soldi: tengono solo alla loro metrica, ma grazie alla loro metrica sono ricchi e popolari. Per certi versi è un mondo ideale. Bertold Brecht scandalizzò un giovane Elias Canetti raccontandogli che aveva scritto una poesia per un concessionario di automobili in cambio di una macchina nuova.

Bello comunque immaginarsi Valerio Magrelli che entra all’Hollywood di Milano con una pazzissima a braccetto e i denti di diamante.

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