Come si vince un premio (Furla) con un lenzuolo

di Manuela Ravasio

La prima volta che ho raccolto le idee su Matteo Rubbi ho pensato che necessitasse di carta bianca. In senso letterale. A partire dai suoi primissimi lavori -una stanza ricoperta di plottaggi raffiguranti cerchi nell’acqua, lavoro che tanto lo ha avvicinato alla serie fotografica sul tema di Félix González-Torres, ma con molta meno inquietudine- fino alla ristampa del giornale La Stampa del 6 maggio 1961. Per ultimo il suo personalissimo pamphlet dove i protagonisti sono i materiali naturali e i loro (super) poteri. Ha avuto bisogno di carta bianca anche per vincere ieri sera il premio Furla 2011. E se anche Boltanski, presidente della giuria, si è divertito (che il super artista sosia di Tinto Brass si diverta è già una splendida vittoria) nel percepire l’opera di Matteo Rubbi un motivo c’è: ha vinto con un enorme telo bianco (una maxi stampa divisa in tre parti) che confondeva l’ingresso alla mostra. Ma poi superata la soglia c’era altro bianco, quello delle montagne innevate che sono stata l’ossessione di un gruppo in spedizione sul K2 ritratti su materiale cartaceo. Ora, imperfetto e un po’ arruffato in ogni suo gesto, Rubbi non produce arte perfetta, il citazionismo arriva a poco a poco, le ispirazioni sportive sono un leitmotiv (il ciclismo prima di tutto con cui è riuscito a formulare ogni tipo di arte audio/visiva/scultorea, l’alpinismo ora) eppure riesce ancora a inventarti un percorso su misura di ogni “percezionista” perché il termine fruitore non può proprio c’entrare con Matteo Rubbi.

Ora, se davvero come prevede parte del premio, Matteo si dovrà recare a spendere una residenza artistica in Arizona gli lanciamo una sfida: che riporti il suo muro (una parete di compensato sorretta con le braccia di un uomo qualunque che Matteo ha riproposto anche ieri sera) in mezzo a dove passavano gli alieni. O che riformuli il suo sistema solare dove i pianeti sono rappresentati da persone che girano su sé stesse lasciando tracce sulla sabbia. Ma sarà ancora una volta carta bianca.

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4 Responses to Come si vince un premio (Furla) con un lenzuolo

  1. Cara Manuela,
    scritta così ‘vincere con un lenzuolo’ bianco, sembra un po’ una fesseria. La piacevolezza di leggere il tuo testo, che fa zigzag nell’opera di Rubbi, confonde un po’ le idee. Nel senso che non si capisce (o per lo meno non capisco io), se l’opera di Matteo ti abbia convinto o meno. Conosco il suo lavoro, altalenante per chiarezza d’intenti, ma molto chiaro su una cosa. Il suo obbiettivo è trascinare l’arte, fuori dai gangheri. Coinvolgere e creare relazioni impreviste (così dice l’artista), tra l’arte e le persone (magari che di arte ne masticano anche poca).
    Ti invito a leggere poche righe
    http://arte-milano.blogspot.com/2011/01/matteo-rubbi-e-le-frequenze.html

  2. Manuela Ravasio says:

    Cara Elena,
    non credo sia una fesseria parlare di bianco totale, anche quando per raccontarlo si usa il termine “lenzuolo”. Sono felice tu conosca bene il lavoro di “questo vecchio artigiano” e che lo salvaguardi da zig-zag linguistici. Come te amo molto il suo lavoro. Aver preso parte alla sua Voyage on the North Sea mi ha fatto capire una cosa: che masticando poca arte ci si poteva divertire di più (come per stessa ammissione di Rubbi). E forse sì se si parla di lenzuolo a Matteo piace, perché è un gioco. Perché è per non-addetti ai lavori. E, se ancora ce ne fosse bisogno, conferma che non ci sono temi dichiarati.
    Grazie del link molto bello,
    in cambio se hai tempo
    http://www.marieclaire.it/Magazine/fan-club/La-nuova-febbre

  3. Pd says:

    In Manù we trust!

  4. Cara Manuela, ti rispondo con un po’ di ritardo, ma vale uguale.
    Grazie del link, molto utile. Ti riprendo per dirti che, haìnoi, in tanti si prendono ‘sul serio’ nel sistemi arte contemporanea in Italia. Ma penso che il problema non sia questo. Resta il dilemma che, prendendosi ‘per gioco’, si rischia di giustificare tutto. E questo non è bene.
    Ma mi sto perdendo tra le parole😉

    Buone cose, sempre

    Elena

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