Macchie che non vanno via. The Wire come Gomorra

di Cesare Alemanni

Più vero della finzione. Se avete visto The Wire (la serie HBO a cui abbiamo dedicato la cover story del nostro numero zero) ricorderete che, a un certo punto della terza stagione, il commissario Burrell e il suo vice Rawls chiedevano ai loro sottoposti di abbassare le statistiche sui morti per omicidio a Baltimore. In qualunque modo, anche truccandole se necessario. L’importante – o meglio ciò che era importante per il sindaco Royce da cui veniva l’ordine – non era che le strade fossero effettivamente più sicure ma semplicemente che dessero all’opinione pubblica l’impressione di esserlo.

Utilizzando l’enorme e iperverista ingranaggio narrativo a loro disposizione, nelle successive puntate e stagioni della serie, gli autori di The Wire mostravano allo spettatore gli altissimi costi sociali di quella fondamentale ipocrisia politica e poliziesca. Una ricostruzione che colpiva per verosimiglianza e complessità, ma pur sempre – pensava lo spettatore – di finzione si trattava.

O forse no.

Cose accadute negli ultimi 10 giorni: Frederick H. Bealefeld III, il commissario di Baltimora (quello vero) indice una conferenza stampa per annunciare, guarda caso, la riduzione del tasso di omicidi in città. Le divise dei poliziotti, il luogo in cui si svolge la conferenza, l’accento dei presenti; tutto fa presupporre che si tratti di una scena tagliata da una puntata di The Wire. Se non fosse che, a un certo punto come in un cortocircuito metareferenziale, il commissario attacca a parlare proprio di The Wire; utilizzando un meccanismo immunitario che funziona circa così: se non puoi migliorare la realtà punta il dito contro chi la racconta per ciò che è.  Ecco parte delle sue uscite (qui il resto): “The Wire è una macchia su Baltimore che ci vorranno anni a ripulire. Si tratta di uno dei più iniqui casi di utilizzo di licenza narrativa di cui sia mai stato testimone. Invece di raccontare anche alcune delle cose meravigliose che succedono in questa città, si concentra nel rafforzare la nozione che siamo una città senza più alcuna speranza”.

Frasi che a noi italiani non possono non ricordare le varie “Napoli non è solo camorra”. “Gomorra danneggia l’immagine dell’Italia nel mondo” che accompagnarono (e continuano a farlo) il successo di Saviano e che ora testimoniano nuovamente di quel feeling a distanza – anche nelle reazioni di repulsa che producono – che esiste tra due opere, The Wire e Gomorra, così diverse per dislocazione geografica, presupposti, mezzo e struttura ma che condividono – come scriveva Francesco Pacifico qualche mese fa su Il Sole 24Ore – l’ambizione di raccontare la “complessità di sistema”.

Opere capaci di mettere a fuoco – e di raccontare con strumenti narrativi di precisione – reti sociali anche microscopiche, senza confondere la realtà con le questioni d’immagine, la politica con il marketing. Che si tratti di Scampia o di Baltimore – una città in cui  il principale quotidiano locale ha aperto un blog dedicato esclusivamente a monitorare day-by-day il crimine di strada e il numero di morti mensili – ci sarà sempre (e sempre di più) bisogno di autori come David Simon e il suo staff, e di narrativa che sappia raccontare queste zone grigie senza cedere alle lusinghe dell’abbellimento. Anche per questo – alla forza, al buon senso e all’importanza delle parole (“the most cogent piece of urban writing we are likely to see in the English language in 2011” secondo l’ottimo ThePolisBlog) spese da David Simon per rispondere al commissario Bealefeld III – non vogliamo levare nulla quotandole anche solo in parte qui e vi rimandiamo alla lettura integrale dell’originale. Ne vale la pena.

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