Libri che rispondono ad altri libri

di Anna Momigliano
E così è arrivato in libreria Lettera a un Amico Antisionista di Pierluigi Battista (Rizzoli, 126 pagine). Che poi, più o meno velatamente, sarebbe una risposta a Lettera a un Amico Ebreo di Sergio Romano (Longanesi, 2002), cui peraltro aveva già risposto tramite libro Sergio Minerbi.

Ora, vorrei fare una premessa sul termine “anti-sionista,” che trovo assolutamente anti-storico. Perché, che piaccia o no, parlare di Sionismo e anti-Sionismo nel 2011 è ridicolo. Lo Stato di Israele esiste dal 1948, si può amarlo o odiarlo, lodarlo o vituperarlo, tanto resta lì. Come ha scritto il filosofo/blogger/umorista Justin E. H. Smith: “Per me l’antisionismo è privo di senso tanto quanto l’anti-bonapartismo o l’opposizione alla rivoluzione agricola. Tutte queste cose sono già avvenute, l’unica domanda rilevante è come affrontare la loro eredità. ”

Non per questo l’ultimo libro di Battista è anti-storico. Anzi, parte da una premessa molto attuale – il fatto che esista un nutrito numero di persone che per qualche ragione si sono fissate su, pardon, contro, Israele al punto di negarne il diritto stesso all’esistenza – e ne mette a nudo le ipocrisie e le contraddizioni:

A più di sessant’anni dalla Seconda guerra mondiale, uno spettro si aggira per il pianeta: l’antisemitismo.
Oggi però si declina nel dibattito politico e si annida nelle coscienze in modo molto più subdolo, grazie a chi dichiarandosi tollerante e pacifista si nasconde dietro la bandiera dell’antisionismo per condannare sempre e comunque la politica di Israele, con tanto di boicottaggi nei supermercati, nelle università, nello sport. Peccato che nessuno di questi virtuosi censori batta ciglio per i curdi, gli uiguri, gli uzbeki, per i drammi in Somalia, in Ruanda e in Eritrea: se il colpevole non è Israele non vale la pena mobilitarsi. Strano cortocircuito, quello per cui le sbandierate migliori intenzioni sfociano nei peggiori luoghi comuni: le lobby, la violenza intrinseca, il popolo eletto e dannato. Strano controsenso, quello di chi è disposto ad allearsi con i responsabili di violazioni di diritti umani, stragi e genocidi pur di attaccare uno Stato che difende semplicemente il proprio diritto all’esistenza. E che invece è capace di lottare per la pace, anche contro se stesso e le frange interne più estreme, come dimostrano gli scioperi dopo le stragi di Sabra e Shatila, o le proposte d’intesa avanzate dal primo ministro israeliano Ehud Barak nel summit di Camp David.
Caro amico antisionista, concedi un attimo di pausa ai tuoi pregiudizi…

Ora, forse questo PB non lo sa, ma alle domande che lui pone al suo ipotetico amico antisionista, ha già fornito delle risposte convincenti Carlo Strenger, psicanalista e commentatore politico israelano, che scrive sul Guardian e Haaretz (bellissimo il suo blog Strenger than Fiction).

Da bravo freudiano, Strenger sostiene che Israele è ridotto a uno status di feticcio, un oggetto esterno su cui il soggetto su cui proietta tensioni, frustrazioni e aspirazioni che apparterrebbero altrove. Da qui la diffusa mania (pro e contro) Israele:

Bisogna tenere conto del contesto psico-storico in cui è nato lo Stato di Israele, dopo la Seconda guerra mondiale, proprio mentre le potenze europee stavano liberando le loro colonie. Se a questo aggiungiamo che Israele ha conquistato i Territori occupati negli anni Sessanta, quando il modello coloniale è entrato definitivamente in crisi, Israele diventa il cattivo perfetto, che faceva la cosa sbagliata mentre tutti gli altri cominciavano a fare la cosa giusta. Non mi fraintenda, io sono molto contrario all’occupazione della Cisgiordania e i palestinesi hanno tutte le buone ragioni di essere adirati. Ma la realtà è che Israele sta diventando il capro espiatorio di un senso di colpa europeo che ha ragioni storiche ben diverse. L’Occidente ha colonizzato il mondo arabo per secoli, ma è facile cadere nell’illusione che non ci sarebbero tensioni se non fosse per Israele.

Dunque:

Israele può essere facilmente trasformato in un feticcio perché si trova al crocevia dove sono nate le tre grandi religioni monoteiste. E’ un luogo che simbolizza il desiderio umano per un’unica, grande, semplice risposta alla complessità dell’esistenza umana.

Ah, a proposito di libri che rispondono ad altri libri: presto dovrebbe arrivare in Italia (S)ragione globale, di Carlo Strenger.

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2 Responses to Libri che rispondono ad altri libri

  1. Sara says:

    in reale Israele viola il diritto internazionale occupando un altro Paese, la Cisgiordania, Palestina…. quindi è, di fatto, uno stato occupante secondo il diritto internazionale, che lo riconosce, appunto, “stato” e “occupante”…

  2. E’ vero, l’occupazione della Cisgiordania è illegale e, peraltro, un fatto deprecabile che nuoce sia agli israeliani che ai palestinesi.

    Ma qui si parlava d’altro: l’anti-sionismo come l’opposizione a Israele a priori, la posizione di chi critica Israele qualsiasi cosa faccia e di chi nega persino il suo diritto a esistere.

    Criticare l’occupazione della Cisgiordania è un’altra cosa, legittimissima, e che io peraltro condivido. Però a volte (solo a volte) ho il dubbio che ci sia un doppio standard. Mi piacerebbe per esempio sentire ricordare più spesso che anche la Turchia è un paese occupante, che ha invaso Cipro, dove controlla uno staterello satellite che non a caso non è riconosciuto dall’Onu.

    Anna Momigliano

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