Due scrittori israeliani spiegano che l’Occupazione dal volto umano non esiste

di Anna Momigliano

Vi è mai capitato di leggere un testo, un racconto o un romanzo, e di capire a distanza di anni che c’era un messaggio tra le righe? E che forse il messaggio tra le righe era proprio la parte più importante? Beh, a me è capitato quando, durante le vacanze invernali, sono andata a riprendermi due lavori di due mostri sacri della letteratura israeliana: Fuoco Amico di Avraham B. Yehoshua (Einaudi 2008) e l’eulogia per il figlio Uri caduto in guerra di David Grossman (era il 2006, potete leggerla qui).

Roba vecchia, si dirà. Ma il messaggio resta attuale, così attuale che in molti (me compresa) al tempo non l’avevano colto. E cioè che, non importa quanto etico sia un soldato (e sappiamo che non sempre i soldati si comportano in modo etico), non importa quanto un ragazzo di 20 anni sia animato dalle migliori intenzioni, non importa quanto sia umile, sensibile, coscienzioso e preoccupato di trattare con rispetto la popolazione civile: non c’è nulla che possa metterlo al riparo dall’odio,  comprensibile, del suo nemico. Perché un’Occupazione dal volto umano non è possibile. Questo è il messaggio tra le righe, ho pensato, leggendo e rileggendo i testi sopracitati di Grossman e Yehoshua.

Per chi non l’avesse letto, questa è la trama, o meglio una delle sub-trame che si perdono nell’intreccio di un racconto complesso, di Fuoco Amico (attenzione: qui c’è lo spoiler). Yirmiyahu, un vecchio ex diplomatico israeliano, si rifugia in Tanzania per fuggire da Israele e da tutto quello che rappresenta, ma soprattutto dalla memoria di suo figlio Eyal, ucciso dal fuoco amico durante una missione a Tul Karem.

Tormentato dal fantasma di una tragedia apparentemente assurda, Yirmiyahu indaga sulle circostanze della morte del figlio. E scopre che Eyal era appostato sul tetto di una casa palestinese, armato di mitra, ma anche di una caraffa di caffé e un secchio per le necessità corporali fornito dalla famiglia araba che abitava in quella casa. Ma soprattutto (ri-attenzione: qui c’è uno spoiler colossale) si scopre che Eyal è stato colpito per errore dal fuoco dei suoi commilitoni perché si è mosso quando non avrebbe dovuto muoversi, perché è sceso dal tetto per lavare il secchio e restituirlo pulito alla famiglia palestinese.

Un “gesto piccolo e umano”, lo descriverà il padre, “ecco un soldato pronto a disattendere a un ordine preciso per proclamare: anche io sono un essere umano e vi restituisco il secchio pulito. E’ vero, tengo sotto occupazione le vostre terre, ma non ho sporcato casa vostra”.

Yirmiyahu si precipita a Tul Karem per conoscere quella famiglia palestinese. E scopre, con suo grande sgomento, che quel “gesto piccolo e umano” è stato accolto nella più totale indifferenza. Invano cerca di darsi una spiegazione, finché non gliela fornisce una giovane donna araba incinta: “Perché dovrei mostrare pietà per un soldato che si introduce in un luogo che non gli appartiene, occupa il tetto di una famiglia per tendere un agguato a uno di noi e pensa che se ci farà un favore, se lascerà un secchio pulito e cancellerà i segni della sua paura, noi gli perdoneremo l’offesa, l’umiliazione?”

D’apprima Yirmiyahu ci rimane di stucco. Ma poi trae le sue, amare e forse non condivisibili, conclusioni: “Non c’è dubbio che se un soldato israeliano prende possesso di una casa e ne terrorizza gli abitanti esponendosi a un rischio solo per restituire un secchio pulito, di fatto non fa che continuare a umiliarli.”

L’umanità e la buona educazione non cancellano le umiliazioni, questo il messaggio, condivisibile o meno. L’occupazione dal volto umano non può esistere, secondo Yehoshua.

E pensare che Yehoshua, nella realtà, non ha perso un figlio in guerra. David Grossman invece sì. Ed è proprio questo che rende ancora più commuovente, e spiazzante, la sua testimonianza al funerale del figlio Uri. In cui ricorda la sensibilità e l’umanità del figlio, eppure… giustifica l’odio dei palestinesi nei suoi confronti:

“Eri il sinistroide del tuo battaglione, ma eri rispettato, perché mantenevi le tue posizioni senza rinunciare ai tuoi doveri militari. Ricordo che mi hai raccontato della tua politica dei posti di blocco, perché anche tu sei stato non poco ai posti di blocco,” racconta Grossman di suo figlio. “Dicevi che se c’era un bambino nell’auto che avevi fermato, innanzi tutto cercavi di tranquillizzarlo e di farlo ridere. E ricordavi a te stesso che quel bambino aveva più o meno l’età di [tua sorella] Ruti e quanta paura aveva di te e quanto ti odiava, e a ragione. Eppure facevi di tutto per rendergli più facili quei momenti tremendi, compiendo al tempo stesso il tuo dovere, senza compromessi”.

Quel “quanto ti odiava, e a ragione,” detto da un padre che ha appena perso un figlio militare, fa riflettere. Ma ci è voluto il romanzo di Yehoshua per farmelo capire.

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