Dan Savage: il bravo ragazzo che manca alla comicità italiana

di Anna Momigliano

Ci sono cose che puoi permetterti di dire solo se ti chiami Dan Savage. O, meglio, ci sono cose che ti puoi permettere di dire senza rischiare di farci la figura del viscido cafone solo se hai una faccia da bravo ragazzo e una dose industriale di autoirionia come quelle di Dan Savage. Attivista gay, ospite-prezzemolo dei talk show, e soprattutto autore della super-syndacated rubrica “Savage Love” (il titolo è già tutto un programma) da decenni Savage elargisce a milioni di americani consigli sull’amore e guide pratiche (e qui s’intende: molto pratiche) sul sesso. Tra uomini, donne e, in occasioni assai più rare, animali. Proprio qualche giorno fa, ha rilasciato un’intervista degna della sua fama di bravo ragazzo politically incorrect, dimostrando che non è un ossimoro, all’edizione di inizio anno di Newsweek, interamente dedicata alle interviste.


Aperta parentesi: chi ha l’occasione di farlo, corra a recuperare Newsweek del 3 gennaio. E’ una gran figata: hanno intervistato di tutto e di più, da Aung San Suu Kyi a Will.I.Am dei Black Eyed Peas. E il risultato è un mix tra sacro e profano azzeccatissimo. Da non perdere i fratelli Coen e una Sandra O’ Connor decisamente fuori dagli schemi, oltre che dalla Corte Suprema.

Chiusa parentesi, che dice il nostro di tanto interessante? L’intervista verte su temi seri: i diritti dei gay, il tasso di suicidio tra gli adolescenti omosessuali, la politica LGTB-friendly di Obama che sembrava partita in quarta ma che poi si è arenata a favore del centrismo post-elettorale. Poi gli chiedono quanto tempo dovremo aspettare prima di vedere un giudice gay alla Corte suprema. E lui risponde: “Perché? Scalia non è gay? Io ho sempre pensato che il tizio più omofobo in quella stanza deve essere per forza un succhia cazzi.” Sarà che Newsweek mette un po’ di soggezione, ma per i suoi standard Savage ci è andato piano.

Stiamo parlando di uno che, quando gli hanno fatto una domanda sulla zoofilia, ha risposto di essere contrario ma fino a un certo punto. Dopotutto, vegetariani a parte, noi gli animali ce li mangiamo, “and if I were a sheep I’d rather be screwed than stewed”. Difficile dargli torto. Anche se poi aggiunto: “But still. Ick.” E, a maggior ragione qui, difficile dargli torto. Stiamo parlando di uno che ha introdotto, con notevole nonchalance, termini come buttfuckee (ve lo dobbiamo spiegare?) nella stampa mainstream.

Ma soprattutto Dan Savage è entrato negli annali del giornalismo americano per la sua celebre querelle con il senatore Rick Santorum, un bacchettone repubblicano che nel 2003 ebbe la brillante idea di rilasciare all’Associated Press un’intervista in cui sosteneva, manco fossimo nel medioevo, che due adulti consenzienti non godono del diritto costituzionale alla privacy se praticano la sodomia. Il nostro si è vendicato come solo lui sa fare, ovvero ha indetto una gara attraverso la sua column Savage Love. Questo il bando: trovare una definizione alternativa per il termine “santorum” onde mandare il bigotto senatore su tutte le furie. Ha vinto il concorso la definizione, concisa quanto spiazzante, di “the frothy mix of lube and fecal matter that is sometimes the byproduct of anal sex” (per favore, non obbligateci a tradurlo). E fu un grande successo: in breve il termine santorum divenne un diffuso neologismo da camera da letto, come una breve ricerca su Google può confermare.

La battuta era stata ripresa in Italia dal comico Daniele Luttazzi, che peraltro non è nuovo alle scopiazzature americane. Qualcuno ricorderà che si alzò un grande polverone, al grido “Luttazzi copia.” Ma qui la questione del copyright è secondaria, del resto non siamo nell’era del copyleft?
Signori, qui è una questione di stile. Senza nulla togliere ai meriti comici di Luttazzi, che nessuno mette in dubbio, ci sono cose che uno può permettersi di dire senza sembrare volgare solamente se si chiama Dan Savage. Saranno la faccia pulita, le T-shirt monocromo, l’aria da bravo ragazzo della porta accanto, o quel sorriso sempre autoironico e mai sardonico che fa un po’ Ben Affleck de noantri: tutti requisiti che Savage possiede e Luttazzi no. Ma forse è proprio questo che manca alla scena comica italiana: uno che non le mandi a dire, uno che se ne infischi del politicamente corretto e persino della comune decenza linguistica, ma che se lo possa permettere. Qui, signori, ci serve un Dan Savage.

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