Cose lette durante le feste/2

di Cesare Alemanni

Le feste sono così: non fai a tempo ad aprire il primo panettone, a stappare il primo frizzantino, a scartare il primo regalo che ti ritrovi con la Befana già alle spalle; senza una chiara memoria di quanto avvenuto nel mezzo. Le sole cose che ti porti veramente dietro sono i libri che hai letto, i dischi che hai approfondito, i cotechini in eccesso e le macchie indelebili di vino sul divano a futura memoria del cenone.

Per quanto il cotechino sia un argomento di sicuro interesse, ho addirittura qualcosa di meglio di cui parlare: Spooner di Pete Dexter, uno dei libri che – appunto – mi porterò dietro da da queste estenuanti vacanze.

Tanto per cominciare ammetto la mia ignoranza: fino al 18 dicembre tutto quello che sapevo di Pete Dexter è che HBO ha prodotto una serie, che non solo si chiamava come un suo libro ed era una copia più o meno sputata di un suo libro (Deadwood, ancora inedito in Italia), ma l’ha prodotta senza riconoscere l’ombra di un dollaro a Pete. Questa informazione me l’ha data un amico qualche mese fa. Un amico che è poi lo stesso amico che all’uscita di Spooner mi ha detto: leggilo! Gliene sono decisamente grato.

Per farla molto breve, Spooner è uno dei romanzi americani più belli che ho letto di recente e Dexter uno dei migliori scrittori. Per l’ironia, per l’umanità, e per la naturalezza con cui fa accadere le cose usando le parole, Dexter mi ha ricordato Vonnegut ma al netto degli elementi fantascientifici. Entrambi sono l’amico saggio ma umile che tutti vorremmo avere; scrittori tirati su più dalle esperienze di vita che dalla lettura di classici del pensiero. Nel caso di Vonnegut è la guerra e la sua esperienza di prigioniero/barelliere durante l’annichilimento di Dresda; in quello di Dexter è una vita turbolenta che tra le altre cose include anni di giornalismo di cronaca e un durissimo pestaggio da parte di trenta persone, in conseguenza del quale ha affrontato un intervento chirurgico, muto e paralizzato ma per il resto pienamente cosciente del fatto che gli stavano trapanando una gamba per infilarci svariati chiodi. Un difetto dell’anestesia. A volte capita.

Alcune di queste esperienze Dexter le fa accadere a Spooner, il protagonista del suo romanzo.  Come Dexter, Spooner non ha avuto una gioventù facile, ha fatto il giornalista, è stato selvaggiamente picchiato in un bar di Philadelphia e per questo ha attraversato da sveglio un’operazione e, da quando fa lo scrittore, vive appartato su un’isola con la moglie e un cane. A differenza di Spooner, Dexter non ha potuto godere della presenza del suo amato e rispettato patrigno fin oltre l’età adulta, non è stato una giovane promessa del baseball e svariate altre cose, per cui – anche se a volte può sembrarlo – Spooner non è un’autobiografia ma fiction. Tra vero, falso e verosimile: lì c’è Spooner, il grande romanzo americano alla maniera di Pete Dexter.

Lì c’è Spooner, dicevo, e ci si trova benissimo. E il lettore ugualmente. Ride e si commuove – spesso le due cose insieme – e incontra una delle relazioni affettive più incredibili messe su carta negli ultimi anni: quella tra Spooner e Calmer Ottoson, il suo stoico patrigno. Un uomo tragico e divertente, genuino e titanico come certi personaggi dei film di Clint Eastwood (un paragone, quello con Eastwood, che propone anche Einaudi in quarta di Così si muore a God’s Pocket, il primo romanzo di Dexter edito di recente con traduzione di Tommaso Pincio) che vive con il suo figliastro in una relazione di simbiosi silenziosa e di reciproca profondissima (in)comprensione intorno a cui gravita tutto il romanzo; dalle prime, turbolente pagine, fino alle ultime, da nodo in gola.

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