Cose lette durante le feste

di Federico Sarica

Avvertimento: questo pezzo contiene svariate parentesi, soprattutto nella parte iniziale. Poi un po’ migliora.

Le lunghe (lunghissime quest’anno, mi chiedo se sia ancora davvero il caso di fermare un paese per tre settimane) vacanze di Natale hanno – fuori dalla diatriba amo-il-natale-vs-odio-il-natale – un innegabile pregio: più tempo per farsi i fatti propri. Che spesso significa, visto il freddo (a proposito: non saremmo dovuti morire tutti, nessuno escluso, annegati in un mare di ghiacciai sciolti nel giro di anni, mesi, giorni, ore, minuti, secondi?), più tempo per guardare film, costruire modellini, tirare la pasta, stare su Facebook, apprendere l’arte del farsi un gin tonic da sé e, udite udite, leggere. Giornali, tavolette, libri.

Io ne ho approfittato, una volta sbrogliata la matassa di quotidiani e periodici arretrati (ho molto apprezzato, fra le altre cose, il pezzo di Time su Zuckerberg, un articolo di Francesco Pacifico sulla rinnovata Domenica del Sole, l’intervista di Oriana Fallaci a Dalì sul numero de l’Europeo dedicato all’arte contemporanea), per finire libri iniziati nei mesi scorsi. Tralasciando saggistica e simili (su questo fronte, finito il fondamentale – per chi ha amato la Versione – Sulle Strade di Barney di Rocca, sto leggendo Decision Points di George Bush, consigliato un po’ a tutti gli appassionati di storia recente, siano essi tifosi del Bene FC o dell’Atletico del Male), avevo fondamentalmente un romanzo da finire.

Italiano, scritto da uno stimato collega nonché ottimo compagno di bicchieri e convivialità. Il romanzo si intitola Più leggero dell’aria (Transeuropa) e l’autore è l’esordiente Fabio Guarnaccia. Vi risparmio il sunto della trama, lo trovate qui.

Avevo iniziato a leggerlo qualche mese fa, poi, travolto dagli eventi, mi ero visto costretto ad accantonare le vicissitudini dell’antropologo milanese e del suo devoto allievo alle prese sostanzialmente con cose tipo il proprio passato, il proprio futuro, l’amore, i rapporti, il viaggio, la propria città, il confine fra il fallire profondamente e il farcela con brio. La vita? La vita.

Avevo abbandonato per mancanza di tempo certo, ma anche perché il mio approccio a PLDA si era fatto subito ostico per via di un processo mentale che inconsciamente scatta in me quando leggo qualcosa scritto da un amico.

E’ un processo mentale che va sotto il nome provvisorio di “La pizza come la fa la mamma, nessuno”: è davvero la più buona del mondo? Davvero mi piace di più con poco sale o va bene così solo perché l’ha fatta lei? E, se non sapessi che forno usa, ne loderei davvero la cottura a n variabili? Allora la parte più deontologica e professionale di me si mette sulla difensiva e inizia a voler far cascare l’asino anche dove il piccolo equino sta perfettamente in piedi. Per preservare poi una supponente imparzialità del cazzo che spesso ci allontana dal cuore delle storie, ci rende aridi e che, secondo me, alla fine manco esiste. E meno male.

Per farla breve: sfogliando un Rolling Stone di un mesetto fa leggo una recensione del libro del Guarnaccia, in cui Matteo B. Bianchi loda “l’originale miscela che accosta il romanzo di formazione a quello d’avventura. Sorprende l’ambientazione glaciale […] e l’espediente di portare alla luce il fascino della avventurose esplorazioni del secolo scorso […] Forse la vicenda sentimentale del giovane è meno affascinante del resto”. Tutto giusto, ma qui mi blocco e ho un sussulto. Cazzo, Svava. Chissà come è andata a finire fra lei e Fausto. Lì capisco di dissentire dal B. Bianchi che non resta affascinato dal sentimento: per me Più Leggero dell’Aria è fondamentalmente una bellissima storia d’amore con un’ambientazione notevole: Milano, l’estremo Nord Europa, le generazioni, il passato.

Una storia d’amore come piacciono a me. Una storia d’amore classica, la storia d’amore di tutti noi: lui sfigatino, lei bellissima, lui zero possibilità, lei si apre e lui spera, lui lì prende la mazzata, sta male, piange, muore di gelosia, cerca di distrarsi, lei è un pezzo di ghiaccio (nel vero senso della parola, leggere per capire), lui se ne fa una ragione, ci prova almeno, si ritrova, si allontana (o finge di), lei ricolma quella distanza come solo le donne sanno fare quando ti vedono girare i tacchi per davvero (uh uh, che uomo, gira i tacchi), lui non ci crede dalla gioia, consuma, infine si gonfia tutto d’amore fino al punto di esclamare metaforicamente: “Sai che c’è? Andatevene tutti gentilmente affanculo. Io. Ho. Lei”. Piangi con loro, fai l’amore con loro, litighi con loro, senti freddo quando lo sentono loro, fai il tifo, ti incazzi, gioisci. Ti immedisimi, insomma. Che poi, una volta, era lo scopo principale dei romanzi belli.

Come questo.

L’ho finito il 26 dicembre, dopo pranzo. In un’ora e dieci minuti.



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