Away We Go, o se proprio preferite, American Life

di Davide Coppo

Se pensi a Sam Mendes ti viene in mente un’adolescente sdraiata e nuda, con svariati petali di rosa che le coprono le parti che non si devono vedere. Se ci pensi un po’ di più ti vengono in mente un’altra manciata di pellicole, tutte diverse tra loro, ma tutte accomunate da una caratteristica: il successo. Sì, Mendes in cinque film dal ’99 a oggi ha messo insieme una quantità di candidature (e vittorie) a Oscar e affini davvero impressionante. Ci eravamo lasciati nel 2008 con Revolutionary Road, in cui si riuniva la coppia che ci ricordiamo tutti sulla prua del Titanic in compagnia di Celine Dion, prima che lui morisse assiderato nel mar dei Sargassi e lei invecchiasse di ottant’anni. Ci ritroviamo nel 2010 (in realtà negli Stati Uniti è uscito l’anno prima) con una commedia, American Life, sceneggiata da Dave Eggers e dalla moglie Vendela Vida, scrittrice anche lei e compagna di McSweeney’s.

Il titolo originale – scontato dirlo – era molto più bello di quello italiano (che poi è comunque in inglese, mah): Away We Go. Probabilmente il cambiamento è stato proposto per accattivarsi il pubblico nostrano con un rimando all’apprezzatissimo American Beauty, ma la questione non è poi così secondaria, almeno in questo caso. Away We Go rende perfettamente l’idea di lasciarsi alle spalle qualcosa. Una parte di vita di cui non ci vogliamo accontentare. A cui non ci vogliamo rassegnare. Che siano isteriche donnette dell’Arizona con corpulenti mariti da Tea Party o hippy incalliti e giammai disillusi.

La storia è quella di due trentenni, Burt e Verona, e una bambina in arrivo. Sono trentenni abbastanza tipici per i nostri tempi, con pochi soldi e progetti piuttosto incasinati. Se ne vanno a cercare una casa e un ambiente ideale per mettere su famiglia, magari per trovare un lavoro decente, per crescere una figlia. Va a finire che ovunque si ritrovano spettatori dell’America grottesca e surreale in cui si riconosce il tocco esilarante di Eggers, e la sola idea di diventarne protagonisti li fa andare via. Away, in un viaggio che sembra non finire mai.C’è la tensione della ricerca e la volontà di non adagiarsi nel loro andarsene, su una Volvo scassata, in giro per il paese, da Phoenix a Miami passando per Tucson e il Wisconsin.

I vari spaccati (praticamente sei episodi, ognuno dei quali intitolato “Away to Phoenix”, “Away to Tucson” etc.) sono divertenti e cinici, quadretti di America intima e provinciale, che da spettatori passiamo in rassegna come fossimo in una mostra dell’anormalità che si nasconde dietro la trita quotidianità. Siamo curiosi di vedere quale sarà il quadro successivo come lo sono Burt e Verona, e ce ne andiamo con loro on the road, per cercare un posto che sembra non esistere. Sfiorando la frustrazione, la delusione e l’accettazione dell’impossibilità di seguire un sogno a trenta – e passa – anni. Fino all’happy ending, che non è scontato né banale. E pensare che in Italia li chiameremmo bamboccioni.

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