Goggleismo contro Appleismo

Bello e interessante il lungo pezzo apparso su Intelligent Life di questo mese a firma di Robert Lane Greene e dedicato a quella che – nei fatti – è una delle “guerre fredde” più calde del presente (ma soprattutto futuro) mercato tecnologico (e non solo): quella tra Apple e Google. Più che due corporation, due religioni. Bello, interessante e pieno di riflessioni non banali e aneddoti curiosi che vale la pena conoscere.

Eccone alcune/i, nel caso non abbiate tempo di recuperare l’articolo.

– Android, il sistema operativo per smartphone progettato da Google, nel terzo trimestre 2010 ha ufficialmente superato le vendite dell’iPhone. Questo ovviamente mettendo insieme i dati di vendita di tutti i brand produttori di device (da Samsung a HTC passando per Sony) che lo “montano” sui loro smartphone. Il che significa che iPhone – da solo – copre poco meno della metà dell’intero mercato. Ergo: una buona notizia per Google. Un po’ meno per Samsung etc…

– Steve Jobs si veste davvero in un solo modo, non era una vostra impressione. Dolcevita nero e Levi’s 501. Gli piace interpretare la versatilità e semplicità del proprio abbigliamento come una metafora dei suoi prodotti. Quest’estate, durante la crisi di connettività di iPhone in America, un delegato del gigante delle telecomunicazioni AT&T (responsabili di quella crisi) gli chiese se poteva presentarsi a una riunione “in a suit” (in completo). La risposta? “We’re Apple. We don’t wear suits. We don’t even own suits”. Dopo questa – se mai si farà una biopic su Jobs – ci sentiamo di caldeggiare Chuck Norris per il ruolo principale.

– Quando si parla di Internet – e di Google in particolare – si fa un gran parlare di privacy. Google, si sa, guadagna la paghetta raccogliendo informazioni su di noi. All’inizio il confine etico che si autoimponeva la società era riassunto nel mantra di Sergey Brin (uno dei due fonfatori): “don’t be evil”. Oggi – a quanto pare – con l’arrivo dello squalo Eric Shmidt, dalle parti di Mountain View hanno spostato l’asticella un po’ più in basso: “don’t be creepy” (non essere raccapricciante). Del resto, lo stesso Shmidt – CEO di Google (e fino all’anno scorso, prima dello scoppio della guerra fredda tra le due corporaton, anche nel board di Apple) ha di recente liquidato la questione della privacy semplicemente così: “If you have something that you don’t want anyone to know, maybe you shouldn’t be doing in the first place” (ovvero: “Se c’è qualcosa che non vorresti che nessuno sapesse, forse non dovresti farla in primo luogo”). Clever.

– Lo scorso febbraio iTunes ha sfondato il tetto dei dieci miliardi di canzoni vendute.E, alla faccia di internet che distrugge la discografia: fino al 2005 la media di copie vendute (online e offline) di un singolo al numero della classifica inglese era di 60.000 unità. Oggi sono 93.000. In realtà i brani bestseller sono il 2% del totale dei brani disponibili eppure da soli raggiungono l’80% del volume d’affari generato. Ma questo trend, purtroppo, esisteva ben prima di internet, di Google e di Apple.

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