I Social Network e l’attivismo da poltrona

Non voglio fare il solito discorso e dire che i social network non servono a niente, che ci stiamo tutti impigrendo e calcificheremo sulle nostre sedie da operatori culturali interinali fino a morirne per mancanza di noia. Un po’ perché sono effettivamente troppo pigro per ripetere quello che potete leggere ed avete magari già letto altrove. Un po’, invece, perché ritengo che (esattamente come avete già letto altrove) le potenzialità tecnologiche e l’ubiquità di Facebook, Twitter e allacci vari li rendano davvero strumenti validi per certi scopi.

Voglio fare una distinzione, siccome ci sono due modi in cui i social network possono aiutare l’attivismo, in forma di NGO ed organizzazioni benefiche varie in giro per il mondo.

Per prima cosa, fanno da megafono. Il caso di Twitter è il più appropriato in questo caso: salutato da molti come una rivoluzione dell’informazione e dell’attivismo mondiali (grazie alla sua semplice viralità), il social network è stato anche al centro di animate discussioni sull’effettivo impegno civile dei suoi utenti. Recentemente, Malcolm Gladwell ha criticato sul New Yorker  il libro “Here Comes Everybody” dello speranzoso Clay Shirky, scatenando polemiche varie tra ottimisti/idealisti e pessimisti/cinici.

Il fatto che Twitter abbia dato nel suo piccolo una botta all’informazione è vero, per certi versi, ma bisogna vedere in che contesto.

Da noi, il potere più grande del social network è stato semplicemente di attirare l’attenzione su sè stesso. I tuiteros che vengono arrestati in Guatemala  o, più recentemente, in Cina soffrono reali ripercussioni perchè, data la limitata libertà di stampa o l’instabilità politica e sociale nei loro paesi, quello che dicono ha davvero un peso. Per i guatemaltechi lo scandalo del video diffuso tramite YouTube in cui un avvocato annunciava il proprio imminente assassinio per mano del governo era una valida ragione per scendere in piazza, oltre che per twittare. E da noi (o su BoingBoing, se è per questo) sembrava che la vera notizia fosse che la gente aveva usato Twitter.

Nei casi di Cina e Guatemala il vantaggio dell’informazione 2.0 è stato proprio quello di esporre per l’ennesima volta l’intolleranza di certi regimi a critiche interne, oltre che gli scandali locali. Ciò può anche causare mobilitazioni internazionali, ma il risalto viene dato da condizioni preesistenti ai social network. Se in Italia qualcuno twittasse di, mettiamo, Tangentopoli-Bis (o sarebbe già Tris?), l’unica calca vicino a piazza Duomo sarebbe quella per i panzerotti di Luini.

L’altro modo in cui i social network possono venire usati a scopi benefici è meno legato alla viralità estemporanea dell’indignazione de panza e più ad implementazioni strutturali durature.

Come fa notare Brenna Ehrlich su Mashable, l’uscita del social network per associazioni umanitarie Jumo (il prodotto facebook-forme di Chris Hughes, ex socio di Zuckerberg nonchè direttore della campagna online di Obama) ha fatto fin da subito faville tra le organizzazioni benefiche mondiali.

La piattaforma permette, oltre alle irrinunciabili amenità sociali, di effettuare donazioni alle cause che l’utente ritiene più importante appoggiare. Lo stesso Hughes dice che non è compito suo reinventare il paradigma del coinvolgimento, ma semplicemente offrire strumenti potenti. In altre parole: se sei attivista sei attivista, se no sei un non attivista con una password in più da ricordare.

Aldilà della moralità di chi li gestisce (a poche settimane dall’uscita del film che lo dipinge come odioso nerdaccio a caccia di soldi, Mark Zuckerberg ha deciso di donare gran parte del suo patrimonio in beneficienza, insieme a Gates, Buffett ed altri miliardari), la componente etico-politica dei social network sta emergendo come uno degli aspetti più discussi di quelli che, comunque, rimangono business parecchio fruttuosi.

Strumenti come Jumo e Facebook Causes sono facilmente associabili allo “slacktivism”, che potremmo anche chiamare attivismo da poltrona. Lo slacktivist è un’accanito ritwittatore e firma-petizioni compulsivo che però, a conti fatti, c’ha il sedere troppo pesante per andare a manifestare all’aria aperta o alleggerirsi il conto in banca in nome delle cause che dice di supportare.

Secondo Dan Morrison, CEO e fondatore di Citizen Effect, è inutile chiedere agli slacktivist di donare, perchè tanto non è nella loro natura. Per lui, e per altri menzionati nello stesso articolo, bisogna vedere l’hype come grasso che cola ed accettare i manifestanti virtuali per quello che valgono. Suona un po’ come dire “non sputare nel piatto anche se non ci mangi”, ma alla fine, statisticamente, quelli che davvero sono disposti ad impegnarsi probabilmente emergono e, invece che fargli fare una lunga fila alle poste, è più conveniente fargli trovare un comodo sistema di pagamento online.

Ogni rivoluzione mediatica si manifesta in modi diversi e contrari, rilevanti o ridondanti. Si ha un bel dire che “il medium è il messaggio”, ma l’attivismo non nasce certo nell’Internet sempre più passivo dominato dai flussi dei feed. Nemmeno ci muore però. I social network possono aiutare attivisti ed associazioni umanitarie esattamente come fanno con chiunque abbia bisogno di muscoli mediatici un po’ più flessibili. Male non fanno, quindi perchè non usarli? Ma quando diventano quasi più importanti delle notizie che devono diffondere (come nel caso delle manifestazioni di tuiteros) è un problema. Non conta tanto che mezzo sono, conta chi li usa. Poltrona o piazza, sei sempre tu che ci stai seduto sopra.

(Nicola Bozzi)

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