Morrissey, nun fa’ la stupida stasera

Se siete suoi fan, almeno una volta l’avete presa in quel posto.

Nel senso che una settimana prima, un giorno prima, due ore prima, nel momento stesso in cui sale sul palco o è già lì che canta da un po’, Morrissey fa saltare il concerto. Voi avete comprato il biglietto, prenotato un albergo, preso un treno o un aereo, e niente, lui non suona.

“Non erano obbligati a venire (…) evidentemente erano consapevoli che ci fosse un certo elemento di rischio”, rispondeva nel 1989 l’ex cantante degli Smiths a un giornalista di Q. Vero che si riferiva a tutt’altro (uno show gratuito per tutti quelli che si sarebbero presentati con una t-shirt di Moz; naturalmente c’era molta più gente di quanta ne potesse contenere il locale e dunque tante persone sono rimaste fuori), ma l’uscita rende bene l’idea del personaggio.

Ecco, se non conoscete per niente Morrissey, o volete approfondire il Morrissey-pensiero (e poi, sì, se siete invasati e quindi l’avete presa più volte in quel posto, ma gli perdonate tutto), comprate pure L’importanza di essere Morrissey, raccolta di interviste curata da Paul A. Woods pubblicata dalla nostra ISBN (352 pagine, 27 euro).

In queste Ventotto conversazioni con il leader degli Smiths – NME, Sounds, The Face, i-D… – c’è tutto e il contrario di tutto, dagli esordi del gruppo tra Manchester e Londra alle vacanze romane di Stephen Patrick Morrissey (con fenomeni da fare invidia all’ufologia, avvistato ovunque, compreso un derby Roma-Lazio sia in curva Nord che in curva Sud) e oltre.

Da qualche parte in questo volume, Morrissey viene inquadrato come il “Che Guevara del pop”. Non si capisce bene se per la portata rivoluzionaria delle sue canzoni o la forza della sua icona, ma centra perfettamente il punto.

“Interessarsi a Oscar Wilde, soprattutto se provieni da un ambiente operaio, è assolutamente deleterio. Rischi di autodistruggerti”, diceva nell’84. E, invece, Stephen Patrick Morrissey, con Wilde dalla sua parte, è riuscito a diventare Morrissey punto e basta. Ossessionato da Wilde, Morrissey è quel che è perché era e resta ossessionato anche da Kitchen Sink Drama, James Dean, New York Dolls e un miliardo di altre cose, alte-altissime e basse-bassissime.

“Sei omosessuale?” e “quando ti ammazzi?”, non necessariamente in questo ordine, sono le domande che ricorrono più frequentemente. E se si dichiarava non interessato né agli uomini né alle donne né ai gay, ammettendo di aver perso la verginità a dodici/tredici anni ed essere rimasto casto per i successivi quindici (vagli a credere), ammetteva altrettanto candidamente di essere stato salvato dagli Smiths, e quindi da se stesso (e comunque, sul suicidio di Kurt Cobain: “Ho provato tristezza e invidia. Lui ha avuto il coraggio di farlo. Ammiro le persone che si autodistruggono”).

“Se mi metti accanto ai Primal Scream me li mangio vivi”, questo era il Morrissey degli anni Novanta, convinto del fatto che “ormai nel pop si guadagna facile, è un lavoro che può fare chiunque e da qui si spiega l’ascendente degli Suede…”. Ne ha sempre avuto per tutti: “Trovo che la storia dei Madness sia più interessante di quella dei Beatles”. EvViva Hate.

Il rapporto tra Morrissey e la stampa è sempre stato un casino. Pedofilo, razzista, checca isterica. Gliene hanno dette e continuano a dirgliene di ogni. Lui poco fa per evitare le polemiche, anzi: che dica quel che pensa sul serio o che, più semplicemente, si diverta a fare Morrissey poco conta.

Quando è uscita la biografia Morrissey & Marr The Severed Alliance, ha augurato a Johnny Rogan – autore del libro – di morire in un tamponamento a catena sull’autostrada. Anni dopo, in vena di clemenza, ha detto a un giornalista: “Basta solo che faccia una fine lenta e dolorosa”. Adorabile.

Adorabile, come quando nel 2006, a Roma, ha svelato il trucco a un giornalista di Mojo (che gli chiedeva quali fossero i suoi meccanismi di autodifesa): “La malattia improvvisa. Funziona sempre”. Ah, ecco.

L’unica cosa che gli chiediamo, a questo punto (oltre un disco nuovo e un tour), è di annunciare per tempo il malanno di turno. Onde evitare di prenderla in quel posto per l’ennesima volta. Con affetto.

(Michele Bisceglia)

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