Un punto di vista sulla faccenda Wikileaks

Deve aver provato una bella sensazione Mr. Assange quando ha promesso di dare in pasto al mondo intero centinaia di migliaia di pagine di documenti segreti, riguardanti le relazioni diplomatiche internazionali dell’ultimo decennio. Quando ha promesso di trasformare le mezze verità della politica in Verità Vera, quella con due maiuscole. Un’utopia vecchia come il mondo – da Platone in su – che oggi può trovare attuazione attraverso quel grande strumento decostruttivo che è Internet. Ma non tutte le utopie quando si realizzano mantengono ciò che promettono, anzi alcune corrono il rischio di rovesciarsi nel loro contrario.

E questo è, crediamo, il rischio che si corre con Wikileaks e con l’umanità in genere, oggi più che mai simile a un bambino che inconsapevolmente gioca – soprattutto attraverso la rete – a togliere mattoni dalla struttura in cima a cui si trova, come se fosse Lego. Ma non è Lego e la caduta – come una seconda perdita dell’innocenza – potrebbe avere costi altissimi. Il primo? La noia e la banalizzazione. Lo si scriveva ieri su Il Foglio, in un pezzo non a caso intitolato “La trasparenza della politica è un’utopia regressiva ad altissimo costo”:

Di nuovo, si tratterà di apprendere in forma documentale quel che si sa già per intuito e senso storico: in politica si mente spesso, gli stati sono cinici e bari, i leader dell’economia e della politica subordinano i mezzi ai fini abbastanza regolarmente. Le famose rivelazioni finiranno per ridurre a sciatto pettegolezzo quella cosa complessa e interessante e utile che sarebbe in teoria, ed è anche in pratica, l’esercizio del potere politico.

Ma c’è dell’altro, arrogandosi il diritto alla diffusione di qualunque informazione Mr. Assange sta operando pericolosamente a un livello più che teorico; come gli è stato fatto notare da Harold Koh, consigliere giuridico del Dipartimento di Stato Americano: “Wikileaks sta mettendo concretamente in pericolo centinaia di persone che fanno e hanno fatto della segretezza del loro operare una ragione di vita”. E non si tratterebbe soltanto di 007 e militari (le cui vite, per un certo “pensiero”, valgono meno di niente; come ben sappiamo), ma anche di “attivisti per i diritti umani e giornalisti”.

Ma c’è anche un retrogusto di burla in tutta la faccenda, ed è questo: che le “famose rivelazioni” di Wikileaks sono sì ogni volta fonte di grande polverone e apprensione mediatica, ma – dati alla mano – a parte dagli addetti ai lavori dell’informazione e del mondo politico vengono lette molto poco da quelli che dovrebbero essere di fatto gli utenti finali a cui la missione “civilizzatrice” di WL si rivolge : i cittadini. Il che è un peccato perché, dopo attenta lettura degli Iraq’s War Files, anche il Wikileaker più devoto scoprirebbe verità in contrasto con la sua fede. Per esempio quelle di cui scrive oggi Christian Rocca su Il Sole 24 Ore:

Nei file di WikiLeaks, c’erano le prove, come ha scritto la rivista Wired, che in realtà nell’Iraq di Saddam Hussein ci fossero armi di distruzione di massa, dopo la deposizione del regime in parte finite nelle mani dei terroristi.

Per citare sempre Rocca: “a fare notizia è il contenitore più che il contenuto”. Anche perché, come annota Mike Allen su Politico.com a proposito dei nuovi leaks:

A senior administration official says an important distinction to make in coverage is: “There’s not a single TOP SECRET document in the WikiLeaks dump. All are classified at the SECRET level.”

Che detta così sembra una distinzione da Missione: Goldfinger, ma è – in realtà – una differenza molto sostanziale. In definitiva insomma, forse ha davvero ragione Luca Sofri, quando dice che nel bene come nel male: “Wikileaks ha vinto”:

In sei mesi Wikileaks è diventato un brand, un’idea che fa paura e suscita attese ed eccitazioni. Per molti giornali la sua fama supera la comprensione delle sue attività: lo scooper prevale sullo scoop. Se in questo prossimo rilascio non ci fosse niente di realmente sconvolgente – qualcuno lo ha detto già dei precedenti – i titoloni sarebbero comunque garantiti: “lo ha detto Wikileaks” diverrà una sorta di moderno “lo ha detto il telegiornale”.

(Cesare Alemanni)

This entry was posted in Politica&Società. Bookmark the permalink.

2 Responses to Un punto di vista sulla faccenda Wikileaks

  1. Giancarlo Mazzetti says:

    Andrò per ordine:
    1) IN GENERALE.
    E’ evidente che la trasparenza della politica (soprattutto nelle relazioni internazionali) sia una mezza Utopia. Tuttavia, da Platone a Shopenhauer, lo “svelamento” è sempre stato considerato un passo verso la conoscenza e, sinceramente non vedo in che modo la conoscenza possa nuocere, dato che è fonte di possibilità di scelta (a differenza dell’ignoranza, che non permette la scelta). E’ vero: se la Politica fosse trasparente, probabilmente, non si chiamerebbe “politica”, ma, sempre probabilmente, si chiamarebbe “solo” Pubblica Amministrazione; resta a ciascuno di noi decidere quale sia meglio.
    2) SUI CONTENUTI.
    E’ chiaro ed evidente che il sig. Assange giochi molto con le parole per pubblicizzare quel che fa; del resto, e vale per tutti, è l’Ufficio Stampa (e correlati) il motore del mondo: Obama e Berlusconi ci hanno vinto le elezioni, Fazio e Saviano l’hanno usato per sbancare i botteghini dell’Auditel, Steve Jobs è stato in grado di usarlo per ribaltare le sorti del mercato mondiale… tutto questo ancora prima di “fare” o “non fare”, ancora prima di “essere” o “non essere”. Assange ha semplicemente abilmente giocato sulla possibile confusione (derivante, guardacaso, dalla non-conoscenza) tra Secret (ovvero tutte le comunicazioni del genere in questione) e Top Secret (ovvero quelle informazioni al cui confronto la vita di un essere umano vale quanto una mosca). Quindi non mi soffermerei sulla delusione derivata dallo scarto tra le promesse e ciò che ci è stato dato, l’obiettivo di questo modo di fare pubblicità era far leggere a milioni di persone quei documenti, il che porta guadagni ad Assange.
    Ora, se non vogliamo discutere sull’attendibilità dei documenti (io, personalmente, non ho gli strumenti per farlo), l’unica cosa che ci rimane da fare, è capire l’utilità (o meno) dei documenti che abbiamo per le mani e, secondo me, l’utilità esiste, eccome se esiste. E’ vero che una persona informata, critica, consapevole, disillusa capace di semplici connessioni logiche tra gli eventi poteva già IMMAGINARE o CONCLUDERE RAGIONEVOLMENTE molte delle questioni presenti nell’ondata di file distribuiti iei sera, ma non c’è forse differenza tra questo tipo di conoscenza e quella per cui si può dire di SAPERE una cosa? Posto che queste questioni giudavano già la diplomazia internazionale (gli addetti ai lavori già le sapevano), qual è il problema relativo alla loro divulgazione? Qual è il “pericolo”?
    3) UN ALTRO PUNTO DI VISTA SULLA QUESTIONE WIKILEAKS.
    Assenge si è inserito in un canale comunicativo all’interno del quale nessuno era riuscito a immettersi e ha pubblicizzato ciò che c’era al suo interno come se si trattasse di informazioni totalmente destrutturanti, supersegrete e di interesse internazionale. Ora che è sulla cresta dell’onda dovrà guardarsi bene intorno e capire chi lo sta usando, per poi distaccarsene e guadagnare un’assoluta credibilità agli occhi del mondo; se riuscisse in questo intento e, nonostante questo, fosse in grado di mantenere i contatti che gli procurano le informazioni, diventerebbe una fonte internazionale molto longeva, in quanto permette di svelare UNA PICCOLA PARTE del mondo dei burattinai che possiamo solo immaginare (e che crediamo di poter scegliere).

  2. reiser says:

    La conoscenza del modus operandi del potere politico (“intuito” in questo caso è un termine che non significa nulla) deriva unicamente dal fatto che, magari a secoli di distanza dagli avvenimenti, sia venuta allo scoperto una discrepanza tra ciò che il potere politico voleva che si credesse e quelli che erano invece gli interessi reali (ovviamente taciuti).
    Il potenziale di Wikileaks consiste nel ridurre lo scarto di tempo che passa tra un’affermazione ed il suo potenziale sbugiardamento; se se ne saprà fare buon uso non sarà pettegolezzo. Che i giornali attualmente non lo stiano facendo è un altro paio di maniche, ma è legato più a questioni di prassi (lo strumento è nuovo, c’è la malafede, mancano analisti specializzati) che non a sue eventuali caratteristiche intrinseche. Stabilire -in ogni caso- che si tratti di regressione e quant’altro mi pare una faciloneria pari a quella che vuole Wikileaks come la boa di salvataggio dell’umanità.

    Tornando ora per un attimo all’uso errato che ne fanno i giornali: in una sorta di autoprofezia, Christian Rocca scrive “più del contenitore che del contenuto” quando, nel suo polemico pezzo del 29/11, sostiene che in Iraq si siano trovate le armi di distruzione di massa. O meglio: è volutamente inesatto, perchè anche senza analizzare uno per uno gli originali, sarebbe bastato leggere l’articolo (citato, oltretutto!) di Wired, in cui è scritto nero su bianco che “An initial glance at the WikiLeaks war logs doesn’t reveal evidence of some massive WMD program by the Saddam Hussein regime — the Bush administration’s most (in)famous rationale for invading Iraq. But chemical weapons, especially, did not vanish from the Iraqi battlefield. Remnants of Saddam’s toxic arsenal, largely destroyed after the Gulf War, remained. Jihadists, insurgents and foreign (possibly Iranian) agitators turned to these stockpiles during the Iraq conflict — and may have brewed up their own deadly agents.”
    Direi che sono due cose ben differenti.
    Del resto, se così non fosse, proprio secondo i già citati “intuito e senso storico”, i primi a rivelare una simile notizia bomba sarebbero stati gli stessi Cheney & C., no?

    Last but not least: mentre è teoricamente possibile che nei miliardi di informazioni contenute nei documenti ci sia del materiale capace di mettere in pericolo vite di terzi, mi diverte la grande attenzione che riceve una dichiarazione come quella di Koh, a totale scapito di quella di Robert Gates. Il quale, a seguito del precedente “MORIRANNO A DECINE!!!1!”, aveva detto: “Una prima valutazione sancisce che la maggior parte delle informazioni contenute in quei documenti si riferisce a operazioni di tattica militare. (…) Questo non diminuisce in nessun modo il rischio per la sicurezza nazionale, ma l’analisi non ha indicato a oggi che nessuna fonte o metodo dell’intelligence sia stata compromessa [*]”
    Quindi: significa che son tutte palle e che non potrà mai avvenire un disastro? Naturalmente no, ma nel frattempo sarebbe cosa gradita non usare simili minacce come se fossero argomentazioni comprovate.

    [*] Nel pezzo del Foglio è scritto: “Peccato che i costi umani siano molto alti. Gli informatori degli alleati in Afghanistan, i cui nomi furono segnalati da Wikileaks con le conseguenze letali immaginabili, ne sanno qualcosa.”. Cosa aspettano a chiamare il Pentagono e informarne Robert Gates?

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s