A great american novelist?

“Great american novelist”. Lo strillava – ma in un inappuntabile helvetica – la copertina di Time del 19 agosto. Associato alla frase era il volto di Jonathan Franzen; inequivocabilmente un grande romanziere americano, a giudizio di (quasi) tutti. E cosa fa “un grande romanziere americano”? Semplice, fa “grandi romanzi americani” (GRA). “Li fa”, più che “li scrive” (proprio come De Lillo “ha fatto” Underworld e White Noise e Roth “ha fatto” Pastorale Americana). Di “GRA”, Jonathan Franzen – secondo il parere dei più -ne aveva già fatto uno: Le Correzioni (4 settembre 2001, premiato col National Book Award). Freedom è il secondo. Ed è fatto con tutti i crismi del “GRA”. C’è un luogo tipico di molti “GRA”: le suburbs del midwest. C’è un contesto, anch’esso assai tipico: la famiglia. Per la precisione una famiglia infelice, come le amava Tolstoj (cui Freedom è stato più volte accostato, in primis dal NYT). E poi ci sono i cosidetti “Temi Importanti”.

Ecco quali, nell’elenco che ne faceva Francesco Pacifico sulla Domenica de Il Sole 24 Ore qualche tempo fa:

Sveliamo alcuni di questi temi in ordine sparso (…): gli appalti privati per la guerra in Iraq; il basket universitario; il plagio come componente base dell’amicizia e dell’amore; l’impegno civile e i sogni delusi dei progressisti; uccellini in via di estinzione; psicanalisi; punk cocainomani; lobbysti; l’ascesa dei neocon nell’America post-11 settembre (anche in versione giovani universitari repubblicani spietati); una ragazza-madre; gli svantaggi pratici della democrazia; come sfrattare e trasferire operai da una regione a un’altra assicurando loro nuovi posti di lavoro. Di ognuna di queste cose Franzen scrive come fosse il tema della sua vita.

Per uno scrittore che scrive di “uccellini in via di estinzione” come se fosse “il tema delle sua vita” (e magari per il Franzen birdwatcher è davvero così) dovremmo tutti avere un pensiero gentile; invece  Freedom ha diviso la critica. Sarà per quell’aria da primo della classe, sarà che quello del GRA è un brand un po’ agé ma Franzen e il suo romanzo non piacciono unanimamente.

Da una parte c’è il NYT, che ad agosto ha letto il tomo ancora prima della sua uscita (come del resto Obama che lo ha scelto come “passatempo” delle sue brevi vacanze estive), e già alla seconda riga della sua recensione lo definiva un “masterpiece”, a conferma che JF è stato adottato come penna di riferimento dal ventre dell’ intellighentia east coast; bianca e highbrowed. Un ventre, talvolta anche molliccio, che fa riferimento al NYT e alla NYTBR. La recensione era di Sam Tanenhaus, editor della sezione libri del quotidiano; un fervente Franzeniano che ha riempito diverse cartelle di soli elogi. Annoiato da tanta benevolenza, sono andato in cerca dell’opinione di Michiko Kakutani – autentica superstar della critica del NYT – aspettandomi che, per riportare equilibrio nella Forza, la severa Michiko avesse corretto il tiro (del resto Franzen è colui che l’ha definita: “the stupidest person in New York”). Affatto. Recensione del 15 agosto che si conclude così:

This time, in creating conflicted, contrarian individuals capable of choosing their own fates, Mr. Franzen has written his most deeply felt novel yet — a novel that turns out to be both a compelling biography of a dysfunctional family and an indelible portrait of our times.

Passando al lato dei detrattori, nessuno ci è andato giù più pesante di  B. R. Myers che dalle pagine dell’Atlantic bolla Freedom come una miseria letteraria. Titolo e sottotitolo del pezzo sono brutali (“Smaller than life; Jonathan Franzen’s juvenile prose creates a world in which nothing important can happen”) e la parola più ricorrente è “boredom”. Mi si passi il paragone ma sembra di leggere una recensione a quel genere di brutto film italiano, in cui Margherita Buy e uno a caso tra i soliti cinque attori mettono in scena per l’ennesima volta “IL dramma familiare in interno notte”. Ed effettivamente Franzen – monomaniacalmente interessato a piccoli nuclei famigliari, alle prese con la scomparsa della Storia nelle suburbs in cui vivono – sta facendo di tutto tranne che mettersi al riparo dalle critiche di ripetitività. Ecco cosa scriveva in tal senso il Washington Post:

Which is one of the problems with “Freedom.” We’ve read this story before in “The Corrections,” back when it was witty, when its satire of contemporary family, business and politics sounded brash and fresh, when its revival of social realism was so boisterous that it ripped the hinges off the doors of American literature.

In Italia, dove Freedom uscirà nel febbraio 2011 per Einaudi (tradotto da Silvia Pareschi), non se ne è ancora parlato molto. A parte l’eccellente pezzo di Pacifico di cui sopra, uno dei pochi altri pareri autorevoli già spesi in proposito è quello di Christian Rocca – noto “americanista” de Il Sole 24 Ore. In un recente post apparso sul suo blog Camillo, intitolato “Cose da cui mi tengo alla larga”, al primo posto compariva proprio: “Freedom, il noioso libro del sopravvalutato Jonathan Franzen”. Per chi conosce un po’ Rocca, il fatto suona come una conferma che Franzen piace senza riserve soltanto a chi ama e “vede” soltanto una “certa” America. Non è DFW, e questo è di tutta evidenza.

In realtà – e per concludere – ci sarebbe anche da parlare di una “specie” di intervista all’autore realizzata dalla sempre “incredibile” (non in senso positivo) Alessandra Farkas del Corriere; ma suddetta intervista suona talmente precotta da fare tenerezza, quindi è forse meglio lasciare perdere e chiosare con una frase di Pacifico che riassume e congela il dibattito sulla franzenitudine fino a data da destinarsi:

La verità del libro sta non tanto a metà strada quanto nella somma tra la reazione entusiasta dei sostenitori e le riserve stizzite dei detrattori: sono due opinioni estreme e il libro per ora le merita entrambe finché i suoi temi non andranno fuori moda e si potrà giudicare la vera tenuta strutturale ed emotiva e linguistica dell’opera

(Cesare Alemanni)

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One Response to A great american novelist?

  1. Vi riporto la recensione definitiva. L’ha scritta Elisabetta Carcano su aNobii. Ve la riporto perché il sito è praticamente inutilizzabile.

    ***

    Mi era piaciuto tanto Le Correzioni. Anche la raccolta di saggi autobiografici, The Comfort Zone. Quando ho letto il racconto Good Neighbours sul New Yorker (preannunciato come parte del futuro romanzo), sono andata in visibilio. Aspettavo Freedom in fibrillazione, sapendo di che cosa sia capace Franzen.

    In realtà, non lo sapevo, perché, leggendolo, pagina dopo pagina, non credendo ai miei occhi, ecco la cocentissima delusione. Freedom è un romanzo mediocre, mainstream nel peggiore dei sensi, quello di decadimento nel romanzetto d’aeroporto per lettrici romantiche con pretese. E tutto ciò dopo un primo capitolo davvero scintillante (ne deduco che doveva pubblicare solo quello, che quella era la misura, e che tirare in lungo per centinaia di pagine è stato un orrendo e penoso – per la letteratura – errore.)

    Ci sono tre personaggi principali, il Marito, la Moglie e l’Amante (il miglior amico del marito). Il Marito è un Brav’Uomo Noioso (burocrate nel non-profit a vocazione ecologica). L’Amante è un Cantante Rock Macchina del Sesso. La Moglie, Patty, da giovane faceva la cestista, per il resto è una donna piatta e fastidiosa che alla fin fine (non ne potevo più) mi ha ricordato Sue Sylvester in Glee. Ma laddove il personaggio di Sue Sylvester, divertente e efficace nella serie televisiva, è poco più di una macchietta, risulta pur sempre di sfaccettata profondità rispetto al personaggio Patty, un tipo lagnoso che fa la vittima, si lamenta in continuazione e fa battutelle acide più o meno riuscite per cinquecento pagine.

    A caso, alcuni edificanti esempi dello scempio:
    1) Dopo aver tergiversato qualche lustro, la Moglie decide di farsi il Rocker. Dove: nella Baita sul Lago. Dopo l’Amplesso (triplo) (wow!), la Tenerezza, che prende la forma seguente: la Moglie domanda al Rocker di cantarle qualcosa (manca solo la pelliccia davanti al fuoco nel caminetto) (anzi, forse c’è, ma non ho voglia di andare a controllare). Egli acconsente, prende il suo banjo e suona Canzoni Country così belle e commoventi che lei si mette a piangere e a urlargli di smettere “STOP! OK! ENOUGH!” (p. 175).

    2) Il Marito, ormai sulle soglie dell’andropausa, ha un’assistente molto bella, molto giovane, molto sexy e molto innamorata di lui (sembrerà ovvio all’autore che ha più o meno la stessa età del marito che una cosa simile possa succedere, rimane invece abbastanza oscuro al lettore: perché mai Lalitha – ah già, dimenticavo, si chiama Lalitha, naturalmente – è così sinceramente innamorata di quel noiosone di Walter? Boh). Lui resiste perché è monogamo. Finché non ha più ragioni di resistere e succede quel che deve succedere. Non tutto però, perché poco dopo la Bella e Intelligente Assistente Asiatica (28 anni), mossa da irrefrenabile desiderio nei confronti del Principale (49 anni), gli si inginocchia tra le gambe.
    “No, no, no” he said, rolling the chair away from her. She pursued him on her knees. “I just want to see you. I’m so greedy for you.” “Lalitha, no.” […] “Just for a second,” she said, unzipping him. “Please, Walter.”
    Allora, riassumo la situazione. Siamo in ufficio. Lui è sulla poltrona con le rotelline. Lei si mette in posizione. Lui si allontana da lei facendo rotolare la poltrona. Lei lo segue ginocchiona aprendogli la patta dei pantaloni nello stesso tempo, perché ha fame di lui, afferma metaforicamente E non. (pp. 668 ss.)

    3) Un dettaglio: il Rocker affascinante, lo Stallone che ti fa impazzire gli ormoni, l’Irresistibile Mick Jagger della situazione, secondo voi, a chi somiglia? No, anzi, secondo Jonathan Franzen, a chi somiglia? Jonathan, diglielo tu, a chi somiglia, eh? Be’, somiglia a Gheddafi (“il capo di stato più carino del mondo”, p. 66).

    Finisce bene. Anche.

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