Che fine ha fatto l’internet di Obama?

Ve la ricordate? Era l’estate del 2008, quella in cui mezzo mondo scambiò Obama per la panacea di tutti i mali: bello, bravo, buono, giovane, colorato. E digitale. Un sorriso perfetto per rappresentare la smart America delle start up online, tanto dal lato dei loro creatori – i ventenni miliardari ritratti da Fincher – quanto da quello dei loro utenti finali – milioni e milioni di giovani progressisti che letteralmente impiantarono per primi le radici del successo di Mr. Obama, proprio a partire da Internet. Attraverso i blog, l’attivismo su Facebook, i cinguettii su Twitter etc… imbastirono una campagna politica orizzontale e dal basso senza precedenti.

Oggi però – sono passati due anni ma sembrano dieci – quelle radici, le cosidette Netroots (termine coniato nel 2002 dallo stratega politico e blogger Jerome Armstrong), paiono sfilacciate, sradicate e, quel che è peggio, sorpassate. Il modello “Webama” ha fatto talmente scuola che è stato copiato in tutto il mondo, (anche in Italia, come dimenticare YouDem o Forza Silvio, il Social Network di Berlusconi?), al punto che ormai un politico che comunica e organizza la propria base d’appoggio attraverso il web non emoziona più nessuno, a parte i vendoliani dell’ultima ora. Non fa più notizia né sensazione. Nel piccolo delle primarie milanesi del PD lo abbiamo potuto constatare con la sconfitta di Boeri, decisamente più strutturato online di Pisapia ed eppure perdente al voto.

Come scrive Daniel Lyons sull’ultimo Newsweek (appena passato ufficialmente sotto le grinfie di Tina Brown): “In due anni, i netroots pro-Obama si sono sgonfiati più velocemente della bolla di internet”. L’esempio più eclatante di questa tendenza al ribasso sono i dati di traffico del sito BarackObama.com: passato dagli 8,5 milioni di visitatori unici dell’Ottobre 2008 ai 664.000 di oggi. Ma esiste un indicatore ancor più evidente per visualizzare la perdita di presa di Obama sulla sua web-base. Provate a cercare: Obama+Netroots su Google o, ancora meglio, Google News ed ecco cosa ne esce. Una sfilza di articoli (di quotidiani, magazine, blogger) che danno conto dei numerosi richiami di Obama ai netroots a non abbandonarlo, alla pazienza, a lasciarlo finire quello che ha iniziato. Nel frattempo, per ironia della sorte, sono proprio i nemici giurati dell’Obamismo quelli che hanno visto crescere maggiormente la loro popolarità online e oggi i siti politici con più sostenitori d’America sono quelli del Tea Party. Cosa ci dice questo trend? Aldilà delle analisi degli specialisti di marketing in rete, degli strateghi politici  probabilmente la lezione più importante che se ne può trarre è vecchia come il mondo. Molto concreta e ben poco 2.0.

Da specchio delle inclinazioni di massa qual è; Internet è un luogo disorganico, disordinato, impaziente ed estremamente influenzabile; tanto facile agli entusiasmi quanto alle delusioni. Un luogo in cui è molto facile ottenere il consenso dei piccoli gruppi di sostegno – specie se giovani, progressisti e web friendly – durante campagne elettorali ricche di speranze, promesse e fermento; ma in cui è molto arduo mantenere alto l’interesse per un progetto politico in fase di governance, cioè quando si devono compiere scelte impopolari e deludenti – specie per chi – in quella fatidica estate 2008 vedeva in Obama la “panacea di tutti i mali”.  Tanto online quanto offline.

(Cesare Alemanni)

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2 Responses to Che fine ha fatto l’internet di Obama?

  1. reiser says:

    Difficile non condividere, vista e considerata l’attuale situazione da te fotografata.

    In tal senso trovo tuttavia ancor più interessante l’evidente inadeguatezza dei giornalisti mainstream “tradizionali”, ossia coloro che hanno descritto sulle testate non specializzate (specialmente in Italia) il fenomeno webobama e la sua decadenza, analizzandolo e trattandolo come se si trattasse di un evento a lungo termine e, quindi, mancando completamente il punto.

    Pare infatti che vi sia qualcosa di pavloviano nel modo in cui i giornalisti meno adusi ai tempi e alle dinamiche propri di internet trattano qualsiasi cosa vi sia inerente.
    In genere lo vedono come una sorta di punto di svolta, una specie di epifania delle coscienze e dei costumi che trasformerà il cosid. Uomodellastrada novecentesco in Uomodellastrada 2.0: “nulla sarà più come prima”, quasi che l’utilizzo di tastiera e monitor possa provocare una profonda catarsi nel più disperato dei coglioni trasformandolo d’incanto in una persona consapevole di sè e illuminata.
    Naturalmente, ciò non avviene pressoché mai, se non nella testa di coloro che proprio di questi argomenti non hanno idea -vuoi per scarsa intelligenza, vuoi semplicemente per questioni anagrafiche.
    Insomma, questi giornalisti ricordano un po’ le scimmie di 2001, che appena vedono apparire il misterioso monolite nero non capiscono più un cazzo e cominciano a gridare e far casino perchè è l’unica cosa che sanno fare. Aspetto con trepidazione il momento in cui cominceranno ad ammazzarsi tra di loro, BTW.

    Non a caso, stanno ripetendo gli stessi errori commentando il/i Tea Party e i loro successi: quasi che questi nascano all’80% da un mezzo e non da chi lo utilizza. Un po’ come se, cinquanta o sessant’anni fa, anziché guardare alla composizione della società italiana si fosse analizzata la grammatura della carta dei manifesti elettorali di Dc e Pci per capire i motivi delle vittorie elettorali. Ma si vede che allora i giornalisti o erano meno pigri, o erano meno stupidi.

  2. nicola says:

    esatto, internet come il fenomeno talk radio etc e tutti i media orizzontali on e offline veicola con più clamore sentimenti di panza, e dopo 11 settembre e due guerre il sentimento di panza usa era di cambiare. adesso con la crisi la panza dice che c’è bisogno di altre cose. pompare l’economia per esempio, ed ogni attacco all’impresa privata tipo la riforma sanitaria diventa ancora più controverso.

    e sì, in italia, proprio in un paese così ingessato in sè stesso che, nell’incredulità internazionale, non è riuscito ancora a scrollarsi di dosso un mafioso massonico evasore (bacchettandolo mediaticamente più per ridicoli scandali di figa che per altro), internet sembra che debba fare la rivoluzione – cosa che non gli riesce nemmeno nei paesi più potenzialmente esplosivi.

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