The Wire, Boardwalk Empire, Gomorra: modelli della complessità

Ottobre scorso. David Simon – deus ex machina della Serie TV The Wire – riceve il premio Mac Arthur: uno dei più prestigiosi riconoscimenti americani in campo intellettuale. Tra gli altri – in tempi recenti – lo hanno vinto Harold Bloom, David Foster Wallace e Richard Rorty. Imprimatur definitivo non solo della grande rilevanza della serie ma anche, in senso più ampio, del ruolo di primo piano assunto dalla televisione di “qualità” nel panorama culturale contemporaneo. Ce ne eravamo accorti da tempo, al punto di dedicare la Cover Story dell’imminente numero zero della nostra rivista proprio a questo fenomeno; a quasi dieci anni dalla prima puntata di The Wire. Ora se ne stanno, finalmente, accorgendo anche i nostri quotidiani dove si parla sempre più spesso di questo tipo di TV non più, o non soltanto, in termini di puro intrattenimento.

Nel week-end appena passato è accaduto addirittura due volte: due bei pezzi apparsi sabato su Il Foglio e domenica su Il Sole 24, rispettivamente a firma di Mariarosa Mancuso e Francesco Pacifico (amico e prossimo collaboratore di Studio, fin dalla primissima cover Story, in cui ha intervistato Michael K. Williams; uno dei volti più popolari di The Wire).

Ulteriore motivo d’interesse degli articoli sta nel fatto che entrambi, in modi diversi, utilizzano le serie TV (Boardwalk Empire la Mancuso; The Wire Pacifico) per istituire un discorso in parallelo con l’Italia. Particolarmente originale quello di Pacifico che, rinvenuta una serie di affinità tra la creatura di Simon e Gomorra (opere uscite quasi nello stesso periodo “come se l’inizio di questo secolo richiedesse opere forti sulla complessità di sistema”, scrive l’autore) si interroga sulle differenze reciproche, arrivando a strutturarle in una dicotomia, che è forse la più radicale immaginabile:

Per capire le differenze fra Gomorra e The Wire, al di là dell’ispirazione simile, mi viene da dire che il primo è un libro cattolico mentre la seconda è un opera protestante. Saviano è come Gesù che sale sul monte dove il diavolo – la camorra – lo tenta con le sue ricchezze (…) ma una specie di santità civile gli ha dato il coraggio di guardare in faccia il diavolo e ora può salvarci dal peccato di essere italiani informandoci e facendoci partecipare emotivamente alla sua impresa. Intercede per noi. In Gomorra la verità ci è data dal suo sacrificio fisico. (…) The Wire può invece essere considerata un’opera protestante, centrata sulla responsabilità individuale di autori, personaggi e spettatori. (…) In The Wire si percepisce sempre la possibilità del bene, di comportarsi con l’ideale protestante della Good Will, la buona volontà, e aleggia sempre, sia nelle buone intenzioni, sia in piccole determinate occasioni di intervento sociale, il diritto dell’utopia a esistere, a essere parte della realtà anche più dura.

Scrive nel proseguo Pacifico: “The Wire ha dato tanto all’America culturalmente”. Il Mac Arthur Award – come si diceva – giunge a suggellare questo contributo; ma “il premio va idealmente diviso con tutti i pionieri di questa nuova forma d’arte (le Serie TV ndR) di cui stiamo vivendo l’età dell’oro”.

Una fetta della torta spetta – indubbiamente – a Terrence Winter, sceneggiatore, executive e molto altro dei The Sopranos e – oggi – di Boardwalk Empire, a cui Mariarosa Mancuso sabato dedicava un intero paginone de Il Foglio. A dire il vero, oltre a parlare entusiasticamente della serie di cui Martin Scorsese è supervisore, la Mancuso ne approfitta per aprire una parentesi sulle recenti lamentele di Mario Martone – regista di Noi credevamo – la pellicola di ambientazione risorgimentale che, a giudizio dello stesso regista, ha sofferto di una distribuzione numericamente troppo scadente.

Abbiamo messo a confronto Noi credevamo con Boardwalk Empire, quindi con la tv da grandi ascolti e immediate ricadute nella cultura pop che un regista come Martone guarda con il sopracciglio alzato. (…) Abbiamo fatto il confronto tra un film che dovrebbe, per contratto, regalare qualche scena di massa – se non si vede neanche un Garibaldi e qualcuno dei Mille, che razza di film risorgimentale stiamo guardando? – e un prodotto televisivo che le scene di massa potrebbe anche non averlo, limitandosi ai primi piani, e invece ne sfoggia di splendide, girate in piano sequenza.

(Cesare Alemanni)

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