Il caso MEI: un comunicato non proprio indipendente

Il MEI, Meeting Etichette Indipendenti, parte con la quattordicesima edizione il 25 Novembre. L’attenzione sull’evento e sul suo presidente-fondatore, Giordano Sangiorgi, però si è alzata già all’inizio del mese. Un comunicato diramato dall’ufficio stampa, infatti, ha scatenato un fiume di polemiche su blog e affini di in tutta la sfera web italica. Ma cosa dice di così scandaloso il comunicato? In pratica si scaglia contro il boicottaggio degli artisti italiani, da parte delle radio. È stato proposto uno sciopero contro i principali network. Si accenna vagamente a quote protezionistiche, ma soprattutto (e da qui nasce molta dell’indignazione) si chiede aiuto al Festival di Sanremo. Già, le etichette indipendenti chiedono una mano all’Ariston, ai Pippo Baudo e alle canzonette che a ogni febbraio invadono i palinsesti radio-televisivi. Inoltre pare che una delle ospiti di questa edizione sarà Mara Maionchi, il che significa che c’è un bel po’ di carne sul fuoco delle polemiche.

Per capire meglio la situazione abbiamo fatto una chiacchierata con lo stesso Sangiorgi, che ci ha spiegato cosa c’è dietro questa storia del comunicato.

Sangiorgi, partiamo dalla polemica. Ci spieghi cos’è successo nel 2008 e com’è cambiata la situazione?

Innanzitutto le polemiche erano esattamente ciò che volevamo. Il comunicato era coscientemente provocatorio, ed evidentemente ha avuto successo. Comunque, fino al 2008 c’era un accordo tra le radio e il Consorzio Fonografici, che garantiva uno certo grado di diffusione e riconoscimenti, da parte delle radio, agli artisti e ai produttori. Una cifra intorno al 50 per cento. Poi è saltato tutto, a causa di una richiesta troppo elevata che il Consorzio non ha accettato. In questo modo gli interpreti e chi gli sta intorno non vedono più l’ombra di una retribuzione. Noi del MEI vorremmo aprire una trattativa, un tavolo di confronto tra produttori, radio e tv presso il Ministero dei Beni Culturali. perché è necessario trovare una soluzione per tappare questa lacuna, che fa perdere troppi introiti all’intero settore.

Sul comunicato diffuso, vi siete appellati a Sanremo. Perché il MEI dovrebbe chiedere aiuto al Festivàl? Non c’è una contraddizione di fondo?

Anche questa è una specie di provocazione. Sanremo dice di essere il festival della canzone italiana, dice di essere a favore, e di supportare la musica italiana. Allora lo dimostri. Non significa che il MEI si identifica con Sanremo. Ma se aumentano gli spazi per la musica nostrana in generale, è facile che aumentino anche per le etichette indies. Il rischio che vedo dietro il comportamento dei grandi network, ora, è quello di essere rilevati da società straniere.

Perché concentrarsi ancora su uno strumento come la radio, quando ci sono mille altri canali, anche alternativi, di diffusione della musica oggi?

Certo, ma ci sono gruppi come il Teatro degli Orrori, per dirne uno, che vendono migliaia di dischi ma non vanno in radio. Questo significa creare una distorsione nel mercato e nel gusto del pubblico. Non che in televisione le cose siano diverse. Solo le radio RAI si distinguono. Le altre sembrano tutte un unico canale: giri la manopola e le canzoni non cambiano. Sono certo che un certo pubblico tornerebbe ad ascoltare la radio, se le cose cambiassero. Ma soprattutto: quando si parla di Dente, Teatro degli Orrori, Co’Sang, Beatrice Antolini, non stiamo parlando di musica alternativa, ma della vera musica italiana di oggi.

La proposta di introdurre delle quote minime di musica italiana non è un’idea protezionistica? Anche le radio sono aziende editoriali, dovrebbero essere libere di proporre quello che vogliono.

Le quote sono un sistema che funziona già in Francia. Sono una misura necessaria per il passaggio musica italiana di qualità. A me sembra che paradossalmente ci siano delle quote al contrario, ora. Pensa che un’etichetta su quattro è indipendente. Il 70% dei concerti annuali in Italia è di un gruppo italiano. Chiediamo che le radio rispecchino questa situazione. Questo è il miglior momento della musica italiano dopo il boom della seconda metà degli anni novanta, dobbiamo tutelarlo.

Un’ultima domanda: come dobbiamo interpretare la presenza di Mara Maionchi al MEI 2010?

È un’ospite. La Maionchi è una persona curiosa che vuole scoprire il mondo delle web radio e delle web tv, così l’abbiamo invitata. Qualche anno fa venne Elio, uno che in Italia è stato il pioniere della musica online. Non c’è niente di pericoloso nella Maionchi, il MEI non è X-Factor e non lo diventerà.

(Davide Coppo)

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