Sindacalismi all’americana. Il caso NFL e NBA

Qualche sabato fa. Faccio zapping su Sky Sport e mi imbatto in una partita di football, lo sport più seguito d’America e, un tempo, anche dal sottoscritto. A un certo punto la persona seduta al mio fianco (un profano, come la maggior parte degli italiani in materia)  mi chiede: “ma è il Superbowl?” “No” – rispondo – “è solo College Football, non è una finale e nemmeno una partita tra professionisti”. Cito l’aneddoto per darvi un’idea dello spettacolo a cui stavamo assistendo: centinaia di telecamere, decine di sponsor, un’arena gigantesca piena fino all’ultimo seggiolino. Una mobilitazione di mezzi e denaro che nella vecchia Europa siamo abituati a vedere – quando va bene – dai quarti di Champions League in poi. Invece giocavano solo ragazzi poco più che maggiorenni, molti dei quali non diventeranno nemmeno mai dei professionisti. Fate la proporzione e immaginate quale colossale show sia la NFL (National Football League), la Lega in cui giocano i pro; anzi le superstar come Tom Brady. Già marito di Gisele Bundchen è il quarterback dei New England Patriots (vincitori di tre degli ultimi otto Superbowl) che ha appena firmato il più ricco contratto della storia della Lega: 72 milioni di dollari a stagione.

Fatte queste premesse non è difficile credere alla definizione che la rivista Forbes ha dato della NFL appena due anni fa, quando l’economia americana era nel pieno della peggiore depressione degli ultimi 80 anni e l’NFL sembrava un’isola felice in mezzo alla tempesta: “the strongest and richest sport in the world”. Molto più difficile credere che – a dispetto di Forbes e dell’aneddoto che vi ho raccontato – persino questa gigantesca macchina da 6,5 miliardi di dollari annuali di fatturato sia di recente entrata in crisi, arrivando – e il pericolo non è ancora del tutto scongiurata – quasi al punto di incepparsi e di incappare nel peggiore incubo di qualunque business mediatico al mondo: lo sciopero dello spettacolo e di tutti i suoi attori, giocatori in testa.

Paradossalmente però lo sciopero dello sport è un concetto a cui negli USA sono più abituati di noi. Quando di mezzo c’è il contratto collettivo tra Lega e associazione giocatori non si scherza. Si sono avuti scioperi in NHL (2004, saltò l’intera stagione), MLBNBA (l’ultimo nel 1998, con la riduzione della stagione a 50 partite anziché 82) e anche nella stessa NFL (nell’82 e nell’87). Hockey a parte però, finora non si era mai giunti a un punto talmente critico da mettere in discussione lo svolgimento della stagione di non una, ma di ben due leghe. Eppure – secondo il parere di molti insider – al momento lo scenario più probabile per la stagione 2011/2012 è un lockout totale sia del football sia del basket. Uno scenario a cui – stando ai sondaggi della NFLPA – meno di un terzo dei fan più hardcore del football sono al momento preparati. Insomma, lo sciopero potrebbe cadere come un fulmine a ciel sereno, provocando un gravissimo danno economico e d’immagine alla Lega. Lo stesso vale per l’NBA, anche se, in quel caso i giocatori stessi si stanno adoperando (attraverso i loro Twitter) per informare i tifosi dell’eventualità di un anno di digiuno dalla palla a spicchi.

Informati o meno che siano i tifosi, il problema resta. Alla radice del quale, ovviamente, c’è la Crisi economica che sta portando nelle casse delle due leghe meno soldi del previsto, specialmente dai diritti televisivi (a luglio, chiudendo il bilancio 2009/2010, l’NBA lamentava un meno 370 milioni di $ rispetto alla stagione precedente). E meno soldi alla Lega significa meno soldi nelle tasche degli owners, i proprietari delle franchigie che hanno visto calare drasticamente la redditività del loro investimento sportivo. Per non dire del fatto che, specialmente in NFL, alcuni proprietari avevano speso, proprio poco prima della crisi, nella costruzione di nuovi stadi e non sono affatto contenti di trovarsi in rosso. In proposito, solo pochi giorni fa è intervenuto David Stern, l’ormai storico commissioner che ha reso – sfruttando al massimo il potenziale dell’era Jordan – l’NBA il business globale che tutti conosciamo. Le sue parole sono state molto chiare: lo sport americano non può più permettersi di vivere a certe cifre. Che tradotto significa: nel prossimo contratto collettivo (che si discuterà a giugno, quando scadrà quello firmato nel 2005) è mandatorio modificare il salary cap, ovvero diminuire gli emolumenti ai giocatori. Fin qui sembra di assistere al film visto nel ’98 ma in realtà, rispetto ad allora, c’è una grossa differenza. Una differenza quasi in contraddizione con quello che è stato lo spirito dell’NBA finora: ovvero coccolare le stelle (il vero motore del successo) e tagliare gli stipendi più bassi, quelli dei comprimari. Questa volta, invece, si discute anche di tagli alle cosiddette eccezioni per i contratti dei big . Hunter, il presidente dell’associazione giocatori, ha dichiarato qualche giorno fa: “faremo di tutto per scongiurare il lockout ma considerate le proposte che ci ha fatto finora la Lega, non possiamo escluderlo del tutto”.

Ugualmente tesa la situazione sul fronte NFL, specie perché esiste un nucleo di presidenti, guidati da Robert Kraft dei New England Patriots (ovvero colui che darà 72 milioni a stagione a Tom Brady fino al 2014), fermamente intenzionati a difendere i loro investimenti e ad ottenere un nuovo CBA (Collective Bargain Agreement) più favorevole per le loro tasche. Lo stesso Kraft (a cui Fortune ha dedicato di recente un bel ritratto) si è però detto ottimista in merito a una risoluzione, per tutti favorevole, della situazione. Il proprietario dei Patriots, tralaltro, è l’esempio perfetto della mentalità business oriented (che ha ben poco a che fare con il mecenatismo di certi nostri presidenti calcistici) che regola i grandi investitori sportivi oltreoceano. Nel 1994 prese una della franchigie più povere della Lega, una squadra tradizionalmente perdente, spendendo poco più di 190 milioni di $ e in 14 anni ne ha quasi decuplicato il valore (ora intorno al miliardo e mezzo) costruendo la cosidetta “decade of dominance” del team di Boston. Tra gli investimenti di maggior ritorno va ricordata la costruzione del nuovo stadio: il Gilette Stadium (con annesso, l’adiacente Patriot Place: un multicenter a tema, da 350 milioni di fatturato annuale) terminato nel 2002, l’anno del primo Superbowl vinto e dell’esplosione inattesa (era una riserva) di Tom Brady. E proprio il rinnovo di quest’ultimo a una cifra esorbitante, quasi fuori mercato, è stato al centro di numerose polemiche e di attacchi rivolti dal comitato giocatori a Kraft. “Ma come?” – è stata la domanda – “volete tagliare dal 59 al 41 percento la percentuale degli introiti della Lega che entrano nelle nostre tasche, e poi vi potete permettere di firmare certi contratti?”. La risposta di Kraft è stata molto lucida, quasi tecnica: “Brady è un asset unico nel suo genere, 72 milioni per lui rappresentano un investimento più che sensato”.

Per sfortuna delle posizioni dei presidenti, non tutti hanno dimostrato la diplomazia di Kraft. Richardson, per esempio, owner – tra i più indebitati – dei Carolina Panthers, in un discorso molto duro tenuto a maggio ha dichiarato: “è venuto il momento di riprenderci la Lega e fare ingoiare ai giocatori un CBA più favorevole per i nostri interessi”. Ovviamente questo tipo di esternazioni non gioveranno certo al proseguo della trattativa, anche perché non fanno che alimentare i risentimenti della controparte, ovvero i giocatori, che non riescono a capire perché da un lato continuano a leggere (magari proprio su Forbes) che la “torta si sta ingrandendo” e dall’altra gli si chiede di accontentarsi di averne una fetta più piccola.

In realtà, quella della torta che si sta ingrandendo, è – appunto – solo una favola. Dati alla mano la realtà è molto diversa. L’anno scorso, il numero di spettatori medi; sia nelle arene che alla TV è calato. Ma la colpa è solo della crisi, ne è certo Bob Basche della Millsport – una delle più grandi società di marketing sportivo americane: “l’NFL tira sempre, è probabilmente lo sport più regolare che abbiamo in America. Anzi, sono certo che anche in caso di sciopero i fan del football torneranno più rapidamente di quelli degli altri sport”. Basche probabilmente si riferisce all’NHL, la quale ha pagato a caro prezzo il lockout del 2004 non riuscendo più a riportare i propri introiti sui livelli degli anni precedenti. Basche comunque non nasconde che: “se ci dovesse essere uno sciopero, un danno economico è ovviamente da mettere in conto. Ma sono sicuro che tutti avranno abbastanza buon senso per non strangolare, con le loro stesse mani, lo sport più telegenico del paese”.

Parole sagge. Anche se a un europeo l’intera situazione suonerà alquanto surreale. Siamo abituati a pensare all’America come al paese “senza serrate”, e fa dunque un certo effetto pensare che una delle rare vertenze abbia luogo tra multimilionari. Eppure è proprio questo l’ aspetto da non sottovalutare. Data l’entità dei loro guadagni, i giocatori – NFL o NBA che siano – possono permettersi di negoziare e resistere molto più dei comuni salariati. Come dice Kevin Burnett, linebacker dei San Diego Chargers: “Se l’anno prossimo non si dovesse giocare? Beh, sicuramente dovrei cambiare un po’ il mio stile di vita. Ma non morirò di fame. No, di certo”.

(Cesare Alemanni)

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