Tutti i rapper dei presidenti

L’uomo più potente del mondo che definisce il dissing di un rapper: “il momento peggiore della mia presidenza”. Piacerebbe tanto a Fabri Fibra; è successo a Kanye West. Ecco i fatti: cinque anni fa, in piena emergenza Katrina, Kanye va in onda su NBC al fianco di Mike Myers e – preso da sacro furore – si lancia in un’invettiva contro Bush. Il ragazzo ci va giù pesantone (qui il video. Usare le espressioni facciali di Mike Myers come indicatore dei calibri dell’invettiva). Il succo del discorso è: “George Bush Doesn’t Care About Black People“. Bush accusò il colpo ma senza replicare, anche perché all’epoca aveva problemi d’immagine più seri a cui pensare. Per esempio la foto che lo ritraeva a bordo dell’Air Force One in volo sopra New Orleans: comodo, distante e al riparo dal dramma (una foto che lo stesso George W. ha recentemente derubricato alla voce: “huge mistakes”). Ciononostante quel frammento di televisione diventò un internet meme e un anello non del tutto trascurabile dell’infinita catena di sfighe che colpirono l’ex inquilino della Casa Bianca (dal pretzel alle scarpe volanti). Ora, passati cinque anni, Bush ha deciso di rivangare quel beef nel suo molto atteso libro di memorie: Decision Point. Qualche giorno fa era da Matt Lauer a registrare un’intervista promozionale del tomo, per la puntata speciale che andrà in onda proprio questa sera (sempre su NBC) del Matt Lauer Reports (qui alcune altre anticipazioni); quando l’host gli ha chiesto conto di questo passo riferito a Kanye West:

I faced a lot of criticism as president. I didn’t like hearing people claim that I lied about Iraq’s weapons of mass destruction or cut taxes to benefit the rich. But the suggestion that I was racist because of the response to Katrina represented an all-time low

Lauer gli ha fatto notare che forse qualcuno potrebbe storcere il naso leggendo che uno dei momenti più bassi della sua presidenza (che comprende l’11 settembre, due guerre e diverse catastrofi naturali) è coinciso con l’attacco mediatico di un rapper. Al che Bush ha risposto (contribuendo ulteriormente a diffondere l’idea che non sia esattamente una volpe della comunicazione): “Voglio mettere in chiaro che Katrina mi ha ferito altrettanto (altrettanto? ndR)”  per poi continuare (tanto per andarci giù pesantone anche lui) con: “è stato un momento disgustoso, molto semplicemente” e infine concludere così, con un vero e proprio attacco frontale: “mi ha chiamato razzista, non mi piaceva allora e non mi piace oggi. Non mi piace il modo in cui si è comportato. Una cosa è dire: non sono d’accordo con il modo con cui sta venendo gestita la questione Katrina; un’altra cosa è dire: quell’uomo è un razzista”.

A questo punto ci si potrebbe aspettare una reazione a catena, del tipo che Kanye West scioglie le briglie al suo ego monstre e sommerge George Daboliù di reply via Twitter, comunicati via blog, interviste via cavo, dissing via Good Friday. E invece no. Niente di tutto questo. Kanye West, nel pentolone della polemica ha preferito gettare una noce di giustizia poetica, una manciata di Karma e due pugnetti di Zen e tendere una mano di solidarietà a W; a conferma che con Kanyzzle ormai siamo di fronte a un caso di paraculaggine irredimibile:

Well I definitely can understand the way he feels– to be accused of being a racist in any way. Because the same thing happened to me, you know, where I got accused of being racist. And with both situations, it was basically a lack of compassion that America saw in that situation. With him it was a lack of compassion, with him not rushing– you know, him taking the time time to rush down to New Orleans. With me, it was a lack of compassion of cutting someone off in their moment. But nonetheless I think we’re all quick to pull the race card in America. And now, I’m more open. And the poetic justice that I feel, to have went through the same thing that he went, and now I really more connect with him on a humanitarian level… because the next morning, when he felt that, I felt the same thing

Tutto molto bello. A un passo dal duetto. Ma in tema di rapper e Presidenti non è finita, visto che è sempre di questi ultimi giorni l’augurio di buon ritorno in libertà rivolto da Clinton a Lil Wayne a pochi giorni dalla scarcerazione dell’MC di “A Milli” (avvenuta poi effettivamente il 5/11):

My daughter introduced me to rap and hip-hop music after I said some things that she thought were not very smart. She said, ‘Dad, you need to listen. A lot of these guys are smart.’ This guy’s smart, and he’s got ability. And he’s got a new chance now. And what I hope is that this is not just something to brand him as a cool guy but that it’ll never happen again to him. I think a lot of these people, they don’t get successful in that– just like any other area of life– by being dumb. They’re really smart. But a lot of them have tough lives, and they almost think it’s cool to get in trouble every now and then, or they don’t know how to stay out. What I hope will happen is that he has a good life now

Insomma, la crew dei Rapperpresidenti si fa affollata e vuoi vedere che proprio Obama (il quale qualche settimana fa ha ammesso, in un’intervista per Rolling Stone di ascoltare ancora più che altro jazz) rischia alla fine di rimanere tagliato fuori?

(Cesare Alemanni)

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