41.912432,12.525966 – Daniel Clowes

di Francesco Pacifico

Ultima vignetta di pagina 13 di Come un guanto di velluto forgiato nel ferro, di Daniel Clowes

Per arrivare alla vignetta dell’uomo con i crostacei marini d’Asia nei bulbi oculari si attraversa un percorso di relativo realismo: lo strano e sciatto protagonista, Clay, entra in uno strano cinema porno che puzza d’urina e ha i pavimenti appiccicosi; una donna bruttissima gli mostra il seno, si proiettano film un po’ kinky, c’è una lunga fila per il bagno. È un quadro realistico, benché grottesco, assurdo, strano, inquietante e come minimo raro. Il film in visione mostra donne in maschera di pelle con zip sulla bocca che picchiano uomini bendati; feste scatenate; uomini alla gogna. A Clay l’attrice del film ricorda qualcuno: vuole perciò raggiungere gli uffici della casa di produzione, a 60 miglia da lì, per vederci chiaro. L’indirizzo glielo dà un esperto indiano con occhiali e turbante che riceve nel bagno del cinema gli uomini in cerca di informazioni. Ecco, siamo ancora nel realismo, ma adesso la cosa si fa davvero strana: perché c’è un guru nel bagno del cinema? E perché è esperto di cinema indipendente?

Quando si affronta un’opera narrativa si tratta con l’autore, nelle prime battute, sulla credibilità della storia, su cosa possiamo aspettarci. La trattativa, in questo che è il più cupo dei fumetti dell’autore del culto indie Ghost World, tira avanti molto a lungo, come se il tema vero della storia fosse la trattativa stessa su cosa credere. In Ghost World – sia nel fumetto che nel film – il problema non si pone: i personaggi più strambi sono di contorno, le due adolescenti perfettamente alternative e rotondamente anni Novanta sono il cuore del racconto. Ma qui siamo in un territorio più inquietante.

Dopo il guru, usciti dal cinema entriamo con Clay in una cabina telefonica, dove accade una cosa normalissima: Clay, che è uno di quegli amici parassiti che ti chiamano solo quando gli serve qualcosa di tuo, chiama Paul (l’uomo con i crostacei al posto degli occhi, crostacei di cui Clay e noi a questo punto ancora siamo all’oscuro anche se fanno capolino dal fondo della pagina) per una visita improvvisata, e Paul gli dice “Lo so che vuoi solo farti prestare la macchina”. Una situazione molto più realistica della pur oggettivamente verosimile scena del cinema porno. A questo punto, il normalissimo Paul apre la porta, e l’inverosimile entra nel fumetto con una modesta aria di normalità: Hello, Clay… You caught me at a bad time, man.

Voltando pagina, scopriamo il motivo di quei crostacei: Paul ha un’infezione agli occhi che va curata così: si rimuovono i bulbi oculari e si mettono nel congelatore; al loro posto, si inseriscono negli occhi questi crostacei asiatici di mare che divorano i batteri. “Li devo tenere fino a venerdì… Se fanno il loro dovere, potrei aver indietro gli occhi già lunedì”.

Queste considerazioni pratiche fanno sembrare molto naturale la cosa fin lì più irreale della vicenda. Dopodiché Paul – realisticissimo amico rassegnato – presta la macchina a Clay; la storia prosegue, sempre più strana.

Grandi autori americani di graphic novel come Clowes e Charles Burns mi colpiscono per questa loro abilità di andare avanti e indietro sulla scala della credibilità come fosse una delle dimensioni della storia e della realtà, quanto il tempo e lo spazio. Come può non esserci unità di tempo e luogo in una storia, può mancare pure l’unità di realismo/credibilità della storia.

Se di solito nella gran parte delle narrazioni si capisce all’inizio quanto realismo c’è e anche qualora non ce ne fosse molto si stabiliscono parametri di credibilità per poter leggere a chiave la storia (esempio tipico, I viaggi di Gulliver), in questo e altri graphic novel di Clowes la somiglianza del mondo narrato al nostro mondo può variare senza compromettere la credibilità sia razionale che affettiva della storia.

Mi piace molto l’idea che Clowes, uno dei veri architetti dell’estetica indie, abbia capitalizzato poco, che i film che ogni tanto scrive siano insicuri e malati e fatti male ma davvero istruttivi (Artschool confidential è scritto praticamente contro il lettore ideale di Clowes, visto che demolisce sia lo studente d’arte che il geniale brillante nerd che odia gli studenti d’arte); mi piace molto l’idea che una figura enorme come Clowes abbia più incubi che soddisfazioni e che da quando i sosia delle sue protagoniste più famose dominano il mondo lui non scriva che di vecchi sfigati al cospetto della morte.

Quanto al realismo, una soluzione sempre irresistibile è, come dimostra il personaggio di Paul, dire cose di buon senso o molto pratiche a proposito di vicende inverosimili (avrò indietro i miei occhi già lunedì, se tutto va bene…). Un esempio adorabile di questa tecnica lo si trova in X’ed Out, primo capitolo, uscito di recente, di una nuova storia di Charles Burns.

Qui si capisce da subito che siamo in territorio malato e irreale, ma proprio quando si arriva alla scena in cui, in una specie di città mediorientale immaginaria, il personaggio, che è identico a Tintin, incontra un tipo senza naso col cappuccio che in una lingua incomprensibile gli propone di mangiare vermi, un altro personaggio, un incrocio fra un cinese e un maiale dall’aria furba, a torso nudo, con lo zainetto sulle spalle, mette in guardia il protagonista con la drittissima frase: “You don’t wanna eat that junk, it’ll make you sick”. C’è un cortocircuito: il fatto che una creatura così strana ci faccia presente che è un dato condiviso che mangiare vermi fa schifo crea un bizzarro momento di comunione fraterna con il freak.

Quelle di Clowes a Burns sono ipotesi e tecniche narrative sconvolgenti, che riferiscono in maniera impudicamente diretta alcuni aspetti innominabili delle passioni umane. I loro libri possono essere esperienze molto intense. Risolvendosi, a stringere, in disegni di smorfie umane o antropomorfe, arrivano al risultato di catturare la nostra attenzione in maniera profonda e semplice anche quando parlano di… di… non si capisce bene di cosa.

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4 Responses to 41.912432,12.525966 – Daniel Clowes

  1. Giorgio Specioso says:

    Bello. Trovo ficcante il discorso intorno la non necessaria unità di “realismo/credibilità” della storia.

  2. Pingback: weekend review fumettologica -5 « Fumettologicamente

  3. pinkmoon says:

    Cara redazione di Studio, è un’idea bella e coraggiosa quella di riempire articoli così seri e interessanti di link che rimandano a roba esterna, ma farli aprire nella stessa finestra invece che in un’altra mi sembra quasi masochista da parte vostra! Come mai questa scelta? Probabilmente siete convinti che la forza di attrazione del pezzo prevalga sulla spinta centrifuga dei link. Questo vi fa onore ma io lo trovo molto rischioso. (Specie un link a youtube! Non è un grande azzardo rimpiazzare la pagina del proprio sito con la pagina di youtube e sperare che il lettore ritorni sul sito di partenza?)

  4. Tim Small says:

    Es. La faccia di rospo del co-protagonista di Bottomless Belly Button di Dash Shaw.

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